Il blog di Luciana Coén

Archivi del mese: aprile 2013

Non voglio ricordare

non voglio dimenticare.

 

 

Dimenticare

vuol dire perdere il ricordo di te

lasciar scivolare via

la tua immagine

il tuo respiro

il tuo corpo che , lento,

negli anni si ritira;

le tue parole impastate nella  voce,

quell’intercalare

di cui mai abbiamo saputo

il significato;

far uscire dal mio orizzonte

il tuo portamento

gli abiti in cui ti avvolgevi

il profumo che ti accompagnava

lo spazio che occupavi

e i gesti con cui muovevi l’aria

e abitavi il tempo

intorno a te.

 

 

Non voglio dimenticare

ma è penoso ricordare

immersa nella tua

intangibile presenza.

25 aprile 2013

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I ricordi

dei tuoi passi

del tuo affannoso

salire le  scale

mi inseguono

insieme al tuo respiro

al tuo corpo che

stanco, pesante

eppur leggero

si arrampica

nell’ultimo tratturo di vita.

 

Come vorrei

averti ancora qui

fragile vita

assopita

negli anni di dolore.

1 aprile 2013

 

La morte di colei che ci ha portato nel suo grembo e poi generato, recidendo il cordone ombelicale che ci permetteva la vita intrauterina, dandoci poi alla luce ovvero consegnandoci a noi stessi e al mondo/universo intero, è uno degli eventi luttuosi più significativi e segnanti nella vita di ogni persona, soprattutto nelle femmine. È come se ci facesse morire, ci strappasse le radici alla cui terra eravamo ancorati, e ci lasciasse nudi, senza pelle di protezione.L’elaborazione della perdita ingloba, oltre al lutto, il ritrovare (o trovare) le proprie radici, la propria specifica vita individuale.

L’età della figlia/o in cui avviene la perdita, segna in maniera indelebile la vita successiva, in particolare le relazioni che come esseri umani, sociali intessiamo nel corso della nostra esistenza.

 Karen (a vent’anni ha perso la madre) dice che…«è quasi un rito di passaggio nella vita di una donna essere capaci di ritrovare il rapporto con la madre, per incontrarla su un piano di parità. Ma se lei non c’è più questo non è possibile.mi sembrava di essere in un limbo in attesa di qualcosa che riempisse quel vuoto, qualcosa che mi permettesse di riavere ciò che avevo perduto. E questo non è possibile. Ma è una specie di ossessione, perché quel bisogno rimane sempre»….quando una madre muore troppo giovane, la figlia si sente incompleta, c’è un pezzo mancante che lei continua a cercare, un vuoto che tenta continuamente di riempire. (Hope Edelman, Figlie senza madre, Baldini & Castaldi, 1995, pag.97)

L’elaborazione del lutto sembra durare tutta la vita con i suoi alti e bassi, a ondate, talvolta violente mareggiate, tsunami, che alterano fino a scardinarli, punti fermi, relazioni costruite faticosamente, pezzo per pezzo, nel tentativo di arginare, di contenere un dolore e un vuoto insostenibile, incolmabile. Talvolta l’onda lambisce appena la vita, facendo riemergere ricordi lievi, ma profondamente radicati nel proprio essere: un profumo, un piatto accuratamente cucinato, un’espressione del volto, un gesto delle mani.

Più si è giovani al momento della morte della madre e più risulta essere complessa l’elaborazione del lutto. Ma anche in età ormai adulta, la morte della madre implica un dolore talvolta inconcepibile per la maturità e la saggezza esperenziale acquisita dal figlio/a e per l’età della madre stessa.

In particolare, è il simbolismo della Madre a creare complessità alla sua morte. Colei che ci ha generato, che ha rappresentato comunque il punto fermo, di riferimento della nostra vita (al di là delle attitudini prettamente materne e del rapporto madre – figlio/a instaurato) proprio per averci dato alla luce (messo NEL mondo), viene a mancare, spenge la sua luce, ci abbandona, ci lascia sulla terra orfani (amputati) della sua presenza, del suo richiamo e mantello protettivo (qualsiasi fosse la relazione instaurata con lei) ci obbliga e al tempo stesso ci permette (paradossalmente liberandoci della sua presenza) di camminare con le nostre gambe e a spalle scoperte, non protette.

 …non ero preparata alla perdita di mia madre. Nemmeno sapere che prima o poi se ne sarebbe andata era servito a prepararmi. Dopotutto, una madre è la persona che ci mette al mondo. È la conchiglia dentro cui si nasce e si diventa una vita. Svegliarsi al mondo senza di lei è come svegliarsi in un mondo senza cielo, è qualcosa di inimmaginabile. E poi, dato che mia madre era relativamente giovane – aveva cinquantacinque anni -, mi sento come se mi avessero rubato vent’anni di vita con lei, vent’anni che avevo sempre dato per scontati.(Meghan O’Rourke, Il lungo addio, Giunti 2012, pag. 16)

avevo un solo pensiero in mente. Mia madre è morta e io la rivoglio indietro. La rivolevo con me così intensamente che non riuscivo a lasciarla andar via.(ibidem, pag. 18)

 …eppure la morte precoce di una madre rimane un’ingiustizia inconcepibile. Ci salva la consapevolezza che questa vita sia solo un corso di addestramento. Da affrontare col sorriso sulle labbra, se si può ma la vera goduria deve essere altrove. (Massimo Gramellini, Fai bei sogni, Longanesi 2012, pag. 176)

…tutti abbiamo una prova da affrontare, in questa vita, e che la mia consisteva nel sublimare l’esperienza dell’orfano di madre. Sopperire alla mancanza dell’energia femminile ritrovandola dentro di me.(ibidem, pag. 183)

 …la venticinquenne Trincia, rimasta orfana di madre a tre anni, dice di iniziare ogni nuovo rapporto sentimentale con la speranza di trovare qualcuno che la coccoli e abbia cura di lei come se fosse una bambina. Mentre le sue amiche si sposano e mettono su famiglia, lei ammette:

«Io cerco soltanto qualcuno che mi canti la ninnananna. È come se fossi fuori sincronia.» (Edelman,op.cit., pag. 81)

 La riflessione più grossolana e condivisa è che parlare della morte, del dolore, delle emozioni che la scomparsa di una persona suscitano, in questo caso addirittura della madre, risulta sconveniente, fino a diventare un tabù come ormai da più parti viene considerata la morte. Ne consegue che la figlia/o si ritrova quasi sempre a gestire in solitudine e con un senso di smarrimento, di spaesamento il dolore, il lutto per la morte della genitrice. I riti collettivi che un tempo facilitavano l’inizio dell’elaborazione del lutto, creando una condivisione nel-del dolore con gli altri membri della comunità, sono al giorno d’oggi rarissimi e quando manifestati, sembrano appartenere ad un mondo in cui l’emotività aveva uno spazio ben più grande di quello lasciato oggi a favore di una razionalità che aiuti a tenere sotto controllo forti emozioni “umane” che possano alterare gli equilibri raggiunti nella società attuale. Si chiede, oggi, ma forse anche nel passato in modo meno accentuato, di essere tristi senza contagiare gli altri e solo fino ad un determinato periodo dopo la morte (sei mesi possono bastare per riprendere il corso della vita con una mancanza, un vuoto nella propria esistenza e nella propria memoria atavica?).

 …il dolore è diventato qualcosa di personale, di privato. I rituali collettivi del lutto che una volta aiutavano le persone a incanalare l’esperienza di una perdita sono quasi del tutto scomparsi. La maggior parte della gente non veste più nero né si batte il petto o urla davanti ad altre persone…anche se siamo più aperti su molte cose, dall’incesto alla dipendenza sessuale, stranamente il dolore resta ancora un tabù. Nella cultura dell’esibizione, la tristezza della morte è per lo più muta.(O’Rourke, op.cit., pag. 18)

 …adesso invece capivo che Amleto era lunatico e irascibile perché soffriva: suo padre era appena morto. È completamente spaesato e procede incerto nella sua vita mentre il resto del mondo si comporta come se non fosse successo niente di importante. Il problema non è soltanto che Amleto è triste. È anche che alle persone che lo circondano il suo dolore dà fastidio.

…nessuno mi aveva fatto notare che la mia tristezza era indecorosa, ma provavo continuamente la sensazione che scendere nelle sue profondità e cercare di scandagliarla fosse considerato un tabù…tutti si aspettano che noi

recitiamo il nostro dolore in modo che non dia fastidio a nessuno…Amleto coglie anche un aspetto della perdita di una persona cara di cui per me era difficile parlare e cioè l’inquietudine profonda, quei momenti in cui si pensa con rabbia che non vale la pena continuare a vivere..(O’Rourke, op.cit., pag. 128)

 …dopo la morte di mia madre continuavo a pensare, Voglio solo trovare un posto dove poter riporre il mio dolore……avevo bisogno di quei rituali, non soltanto per mostrare che ero ancora in lutto, ma anche per avere un modo non esclusivamente psicologico di commemorare ed esprimere la mia perdita. Senza un rituale, l’unico modo per condividere una perdita era parlarne…mettendo in primo piano la singolarità delle mie emozioni, del mio lutto…ma quando tutti smettono di nominare la persona defunta, il silenzio può apparire persino peggiore della sofferenza di sentir pronunciare quelle sillabe tanto amate e familiari.(O’Rourke, op.cit., pag. 159-163)

 …il dolore non ha un comportamento lineare, non è prevedibile, non è senza spigoli e contenuto entro certi limiti. È stata fatta a tutte noi una grave ingiustizia quando ci hanno detto che il dolore avrebbe avuto un principio, una metà e una fine…il dolore ha un andamento ciclico, come le stagioni, come la luna. Nessuno può capirlo meglio della donna, la cui esistenza corporale è segnata da cicli mensili per più della metà della vita…il dolore attraversa una serie di cicli: ne finisce uno e ne comincia un altro, leggermente diverso da quello che lo ha preceduto, ma che segue lo stesso corso…

…la nostra è una società impaziente, abituata a soddisfare rapidamente la maggior parte delle esigenze; ma per superare il dolore della perdita di una madre è necessaria una certa rassegnazione alle leggi del tempo. Aspettarsi che la sofferenza segua un corso rapido e prevedibile ha portato a considerare patologico il processo, leggendo nelle reazioni più normali il segno di una grave disfunzione. La donna che ogni Natale piange perché pensa alla mamma è considerata una persona che non sa liberarsi del passato, anche se ogni altro aspetto della sua vita procede in modo sensato. E chi può contare il numero degli amici e dei colleghi che pensano al periodo del nostro lutto come a qualcosa di contenuto entro il limite massimo di sei mesi? (Edelman, op.cit., pag. 37-38)

 Sentimenti come: la tristezza; la necessità di isolarsi per ritrovare e riadattare il proprio spazio vitale reso più vasto in senso fisico ma al tempo stesso più co-strittivo in senso emotivo per il vuoto lasciato dalla persona scomparsa; il dolore talvolta fisico quando brandelli di memoria ci riportano nella nostra vita ricordi, il suono della voce, profumi, gesti appartenuti alla persona morta; il desiderio di parlare, raccontare un avvenimento vissuto; la sensazione di percepire ancora la presenza del defunto, se raccontati, creano disagio, un malessere sottile da arginare subito e nel quale è difficile stare dentro ed attendere che il tempo, rispettoso del suo tempo e del silenzioso accoglimento dell’espressione emotiva, produca un alleviamento del dolore e costruisca lo spazio/la tana dentro di sé per accogliere la madre morta e contemporaneamente lasciarla andare, sciogliere il legame che consenta ad ambedue le persone, la morta e la viva, di continuare nel proprio percorso portandosi comunque interiormente la presenza/essenza/assenza dell’altro.

 …avevo bisogno di una fabbrica di buoni esempi che mi illuminassero il cammino e la trovai nelle biografie. La mia passione per le vite degli altri è sempre dipesa dal desiderio inconsapevole di scoprire come fossero riusciti a sopravvivere al primo impatto con il dolore. (Gramellini, op.cit., pag. 74)

 …nei mesi successivi alla sua morte ho cercato di sembrare una persona normale. Per la maggior parte del tempo ho camminato per strada, ho risposto al telefono, mi sono lavata i denti. Ma non stavo bene. Nulla mi sembrava importante. Persino le cose di tutti i giorni erano estenuanti. I piatti ammucchiati nel lavello, i coltelli incrostati di marmellata di fragole. A un certo punto non mi sono lavata i capelli per dieci giorni. Mi sentivo come se di colpo qualcuno mi avesse rivelato una verità terribile e opprimente sulla precarietà dei gesti quotidiani….«Sono solo di passaggio in questo mondo » mi dicevo…non mi ha sorpreso scoprire che chi soffre soffre da solo. Ma mi ha impressionato scoprire di sentirmi tanto smarrita. (O’Rourke, op.cit., pag.17)

  

Vorrei prolungare

 e dilatare all’infinito

        – in un tempo senza tempo –

 gli ultimi tuoi finiti respiri

       – finché anche il mio ultimo

                                                  respiro sarà –

 in quel caldo limbo

 che poco avemmo in vita

 ma che adesso,

 nel tempo dell’attesa,

 impregnano di calore

 ogni angolo della nostra storia.

 (Luciana Coèn, Nel tempo dell’attesa. Incontro poetico di fine vita, Tipografia Coppini 2012)

 La morte di una persona, pur compresa nell’esistenza universale e comunitaria, rimane tuttavia un’esperienza completamente individuale ed unica tale che può essere difficile se non impossibile, condividerla, soprattutto quando la consapevolezza della perdita si fa sempre più cocente con il riaffiorare dei ricordi, della sua presenza-assenza, della richiesta di chi rimane di essere ancora qui, tra noi, che consciamente o inconsciamente continuiamo a rivolgerle. La sua assenza richiede la necessità non tanto di colmare quel vuoto, quanto di creare uno spazio dove riporre la sua persona, per portarla con noi sempre, in maniera dolce, serena, costruttiva e non solo luttuosa, dolorosa. Un essere che continua a vivere in noi, che noi abbiamo assorbito, che i nostri pensieri riesumano quando la nostalgia, il bisogno di averlo accanto si fa più pressante e lancinante. Percorso difficile, che richiede una serenità d’animo che ognuno trova in ciò o colui in cui crede e che, come il dolore, ha i suoi alti e bassi, le sue ondate di accettazione, di incomprensione, di vita.

 

Misuro ogni dolore che incontro, Emily Dickinson

 

Mi chiedo se pesa come il mio –

O ha una taglia più leggera.

 

Mi chiedo se l’abbiano portato a lungo –

O è appena iniziato –

Non saprei dire la data del mio –

Sembra tanto vecchio –

 

Mi chiedo se fa male vivere –

E se sono obbligati ad andare avanti –

E se – potendo scegliere una via –

Non preferirebbero – morire –

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia:

Hope Edelman, Figlie senza madre. Alla ricerca di un amore perduto, 1995 Baldini&Castoldi

Meghan O’Rourke, Il lungo addio, Giunti 2012

Massimo Gramellini, Fai bei sogni, Longanesi 2012

Luciana Coèn, Nel tempo dell’attesa. Incontro poetico di fine vita, Tipografia Coppini 2012

 

 

 


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Dolce donna

delicata determinata danzante diafana dialogica dionisiaca dirompente dischiusa dondolante,

dove dignità doglie dovere divinità dovunque divengono,

dimorando dentro…due

 

Domani dubbiosa divertita distinta devastata dilettante domanderai: dove dimorerò?

 

Dopotutto davanti dio duplicasi diamante Donna…

 

Dipinta dovunque,

duramente disgregata,

dolcemente dormiente,

dischiusa diva,

diversamente disponibile

dopo domande dorate

dei dubbi di drappeggianti draghi

diradati dai dirupi disincantati,

divezzi docili derivati da dentro…due

 

Dipendente dissanguata disseccata disintegrata,

domani

dominerai disinvolta

dotata di dignità dimestichezza dialogo differenza dinamismo diritto,

distolta dalla dicotomia dei drammi,

divenuta dimora di distillato divino

dischiuso dalla dimensione del dubbio disgelante.

 

 

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