Il blog di Luciana Coén

Archivi del mese: maggio 2017

Quasi l’una. Il caldo si fa sentire ormai da qualche giorno. Si cerca l’ombra sotto la pensilina in attesa del bussino. Una donna dai capelli crespi e il carnato scuro; una donna dai capelli grigi, carnato olivastro; una giovane coppia con un bambino di circa 9-10 mesi in una carrozzina che si tira su a sedere molto velocemente e con agilità e strepita quando viene rimesso supino. Quando riesce, si mette in piedi, reggendosi alla capotte della carrozzina. La madre, giovane dalle  unte lunghe trecce nere fermate insieme in fondo da un elastico colorato, la gonna lunga plissettata, maglietta rosa fuxia; il padre carnato scuro, tutti e tre con occhi neri carbone ardente.

Arriva il bussino, saliamo tutti insieme, la madre, sedutasi, prende in braccio il bimbo, lo accomoda sulle ginocchia e assistiamo ad una scenetta fuori tempo. Ha inizio un rituale antico che da noi è stato sostituito da omogeneizzati e omogeneizzatori, da frullati e frullatori, da macinate e tritatutto. Prende un barattolino che sembra un gelato; penso ma guarda ancora così piccolo e gli da il gelato, senza pensare che con il caldo sarebbe già stato sciolto…toglie il coperchio e un odore di cibo fritto si diffonde nello spazio ristretto del mezzo. Prima compaiono delle fette di pane ammorbidite (ammollate con acqua?) che mette nella carrozzina; poi prende il cibo, che alla fine si rivelerà patate a fiammifero fritte, ne mette in bocca un paio con un pezzo di pane, lo riduce ad un bolo masticandolo bene per qualche secondo, se lo leva di bocca e lo introduce in quella del bambino. Come fosse un uccellino. La madre ogni tanto si pulisce le dita sulla gonna. La scenetta va avanti finchè il piccolo non appare sazio. Il barattolino-gelato viene richiuso e gettato sul cestino portatutto sotto la carrozzina. Si tira fuori il biberon per bere e poi lo si getta nella carrozzina. Il bimbo viene passato al padre che ci gioca, lo bacia finchè non evacua nel pannolino, lasciato molto lente. L’odore delle feci, come prima quello del fritto, si diffonde ancora una volta nello spazio ristretto. Il padre appena se ne accorge ripassa il bimbo alla madre, annusandosi per controllare che l’odore non si sia impregnato nei vestiti. La madre tiene il bimbo in collo, con poca attenzione, dopo aver verificato la reale presenza delle feci. Dopo poco la  famigliola scende. La palina della fermata dell’autobus ha un cestino attaccato e allora la madre vi si avvicina con il bimbo in collo, allarga il pannolino all’altezza dell’inguine e fa scivolare tra i rifiuti tre pezzettini di feci ben formate. Tranquilli, riprendono il loro cammino.

Non rimane che sorridere, quasi estasiati e raddolciti dalla naturalezza “primordiale” dell’attenzione genitoriale e materna, gran parte persa oggi, e riconoscenti per aver vissuto un incontro reale, senza cellulari smartphone o altro marchingegno frapposto fra me e l’altro/gli altri.

Non rimane infine che ringraziare per il dono ricevuto.

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Non c’è più stupore

niente più stupisce

nella nostra storia.

Il disincanto

ha coperto

come un velo

una nube impenetrabile

le parole

la vita

le promesse.

L’unica cosa che,

forse,

può ancora destare

stupore

è la fine

perchè ostico rimane

accettare qualsiasi fine

anche se è chiara

come un cielo primaverile

attraversato dalle rondini

con il loro lieto volo.


Non è

la mancanza di te

-uscito dalla mia vita-

che geme l’anima.

 

Qualcosa si rinnova

un dolore primordiale

-la fine di una storia

lo resuscita

insieme a un’altra vita

nell’orizzonte di ognuno.

 

E’ la spalla

il corpo

a cui affidarsi

che viene meno

 

la lacerazione primitiva

di quando si è messi al mondo

e qualcuno

ci prende a sè

ci scalda

ci abbraccia

ci conforta.

 

Ogni perdita

è lacerazione

che si rinnova.