Cosa hanno visto, Madre, i tuoi occhi nell’ultimo sguardo che mi volgesti?

I tuoi occhi penetranti, figlia mia, lo sconcerto nel tuo viso la parola sospesa. E il corpo che si ritirava dalla mia vista. Mentre volgevo la testa dall’altra parte e lo sguardo altrove, lontano da qui, verso un oltre che mi chiamava.

Figlia concepita troppo presto, sei rimasta aggrappata alle mie viscere fino all’ultimo, fino ad ora. Venuta e rimasta in soccorso a me, al mio dolore che adesso e sempre ho letto nel tuo viso nei tuoi occhi insieme ad una amorevole rabbia odio rassegnati. Ma tanto è l’amore che ci accompagna e ci ha accompagnate.

L’amore adamantino colmo di luci e riflessi e ombre.

Come un diamante grezzo è il nostro amore.

Figlia cara, abbiamo sofferto insieme per sciogliere il dolore che mi abitava. Ti ho dato alla luce insieme al buio che mi avvolgeva e, perla dei miei occhi, così ti chiamavo, mi hai aiutato a scorgere bagliori luminosi nella strada. Troppo ho chiesto, tanto credo di aver dato.

Adesso, ti restituisco alla luce per la seconda volta, ti guardo un’ultima volta, sorrido ai tuoi occhi stanchi e tristi e arrabbiati e vado, lascio questa terra e la tua presenza, con dolore, ma vado, ho finito il mio passaggio qui. Non so cosa ti lascio, ancora non lo posso vedere né sapere.

Madre, i tuoi occhi, quell’ultimo tuo sguardo e il sorriso che sfiorò le tue labbra mentre giravi la testa altrove, sono rimasti qui con me, nei miei occhi perlacei.

E anche il dolore per il luogo in cui passasti le ultime ore. Mura bianche, fili nel tuo corpo, suoni talvolta ritmici, odori forti di altri corpi, di disinfettanti, altre mani che ti toccavano e tu lasciavi fare, ormai resa al tuo andare. Il tuo corpo fermo, adagiato immobile sotto candide lenzuola, inerme a te stessa e al mondo intorno. Mani estranee  assorbivano l’ultimo tuo calore vivente. Solo il sorriso, ultima tua nota di presenza vitale rimaneva in me.

Avrei voluto averti accanto a me, nel calore delle nostre braccia e delle nostre mura.

Perdonami, Madre.

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