Il blog di Luciana Coén

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Noi

abbiamo divorziato.

E’

l’ultimo noi

che ci accompagna

fino allo scioglimento.

Tu ed io,

io e te

ognuno riprende

la propria mulattiera.

(Mi/ti/ci) amerai ancor di più

nell’assenza

del domani insieme

nello srotolarsi

del filo invisibile

-anime vaganti

anime nel vento

anime disgiunte

anime in cammino

anime nel sorriso

dell’incontro volato

appeso allo spicchio

di luna calante.

 

Abbiamo

ripercorso gli stessi luoghi

salito le stesse scale

seduto sulle stesse sedie

calpestato le stesse pietre

con passi grevi

come riavvolgendo un nastro

-in una luce però autunnale

intabarrati a proteggerci

dal freddo del dolore

gli sguardi rivolti altrove

il sorriso spento sulle labbra

le parole mute dentro il cuore.

Un nastro riavvolto.

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telaio mano

Non saranno

fogli e firme

a sottrarre la trama

all’amore.

Il tempo

lo spazio

il nulla

nel tutto

rintracceranno

l’ordito della vita

-tessuto amoroso

mai liso.

Penelope della vita.


24aprile2017 092

Attendo

nuovo amore

-si allontani l’incredulo stupore

dell’amore finito.

Stupore desiderio

di innamorarsi

ancora

di me

dell’ignoto

del mondo

dello sconosciuto.

Si profila all’orizzonte

un’ombra

sempre più chiara:

che si illumini,

esca dalle tenebre

e si concretizzi,

disseti il cuore

e rinfreschi l’anima

in questo breve

scorcio di vita.

 


Quasi l’una. Il caldo si fa sentire ormai da qualche giorno. Si cerca l’ombra sotto la pensilina in attesa del bussino. Una donna dai capelli crespi e il carnato scuro; una donna dai capelli grigi, carnato olivastro; una giovane coppia con un bambino di circa 9-10 mesi in una carrozzina che si tira su a sedere molto velocemente e con agilità e strepita quando viene rimesso supino. Quando riesce, si mette in piedi, reggendosi alla capotte della carrozzina. La madre, giovane dalle  unte lunghe trecce nere fermate insieme in fondo da un elastico colorato, la gonna lunga plissettata, maglietta rosa fuxia; il padre carnato scuro, tutti e tre con occhi neri carbone ardente.

Arriva il bussino, saliamo tutti insieme, la madre, sedutasi, prende in braccio il bimbo, lo accomoda sulle ginocchia e assistiamo ad una scenetta fuori tempo. Ha inizio un rituale antico che da noi è stato sostituito da omogeneizzati e omogeneizzatori, da frullati e frullatori, da macinate e tritatutto. Prende un barattolino che sembra un gelato; penso ma guarda ancora così piccolo e gli da il gelato, senza pensare che con il caldo sarebbe già stato sciolto…toglie il coperchio e un odore di cibo fritto si diffonde nello spazio ristretto del mezzo. Prima compaiono delle fette di pane ammorbidite (ammollate con acqua?) che mette nella carrozzina; poi prende il cibo, che alla fine si rivelerà patate a fiammifero fritte, ne mette in bocca un paio con un pezzo di pane, lo riduce ad un bolo masticandolo bene per qualche secondo, se lo leva di bocca e lo introduce in quella del bambino. Come fosse un uccellino. La madre ogni tanto si pulisce le dita sulla gonna. La scenetta va avanti finchè il piccolo non appare sazio. Il barattolino-gelato viene richiuso e gettato sul cestino portatutto sotto la carrozzina. Si tira fuori il biberon per bere e poi lo si getta nella carrozzina. Il bimbo viene passato al padre che ci gioca, lo bacia finchè non evacua nel pannolino, lasciato molto lente. L’odore delle feci, come prima quello del fritto, si diffonde ancora una volta nello spazio ristretto. Il padre appena se ne accorge ripassa il bimbo alla madre, annusandosi per controllare che l’odore non si sia impregnato nei vestiti. La madre tiene il bimbo in collo, con poca attenzione, dopo aver verificato la reale presenza delle feci. Dopo poco la  famigliola scende. La palina della fermata dell’autobus ha un cestino attaccato e allora la madre vi si avvicina con il bimbo in collo, allarga il pannolino all’altezza dell’inguine e fa scivolare tra i rifiuti tre pezzettini di feci ben formate. Tranquilli, riprendono il loro cammino.

Non rimane che sorridere, quasi estasiati e raddolciti dalla naturalezza “primordiale” dell’attenzione genitoriale e materna, gran parte persa oggi, e riconoscenti per aver vissuto un incontro reale, senza cellulari smartphone o altro marchingegno frapposto fra me e l’altro/gli altri.

Non rimane infine che ringraziare per il dono ricevuto.


Non c’è più stupore

niente più stupisce

nella nostra storia.

Il disincanto

ha coperto

come un velo

una nube impenetrabile

le parole

la vita

le promesse.

L’unica cosa che,

forse,

può ancora destare

stupore

è la fine

perchè ostico rimane

accettare qualsiasi fine

anche se è chiara

come un cielo primaverile

attraversato dalle rondini

con il loro lieto volo.