Il blog di Luciana Coén

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di Walter Rossi

dal Corriere fiorentino di venerdì 22 novembre 2019

Il gesto di scrivere, versione integrale

 

Dove siamo rifiniti? Sono tempi duri per la poesia, bisogna scegliere da che parte stare. O tacere. Dissolversi. Sparire. Ci sono poeti che si riconoscono da come camminano. Il tempo è un’ombra, una distanza, l’eco di un’occasione persa. Un dialogo interrotto, un combattimento tra realtà e visione, paesaggi dell’umano e territori dell’anima. Così, capita, che qualcuno mi fermi alle Due Strade, il piccolo paese dove vivo da quarant’anni, la tana del lupo, dove nessuno invade la mia solitudine. O la domenica mattina, quando salgo lentamente, con il mio bastone di ligustro, che sembra un pastorale, su per via di Sant’Ilario a Colombaia. Qualche vecchio lettore di giornali, come me, anziano, che si ostina a non arrendersi all’evanescenza della rete, all’inferno di internet, mi domanda: “Non ti leggo più, dove sei rifinito?”.

Conduco una vita modesta, borderline, ai margini di tutto, la cultura non si occupa di me ed io non mi azzardo a farmi avanti. C’è un patto tra gentiluomini tra noi. Vivo sotto lo stemma austero della precarietà, in un piccolo mondo di uguali. Vado alle Poste di via Senese a piedi. Dal pizzicagnolo di via del Gelsomino. Cammino sempre, fino al Collegio della Santissima Annunziata, passo davanti al tabernacolo con la Croce di Cristo di Ottone Rosai, poi proseguo fino alla Torre del Gallo e al Pian de’ Giullari, dove abita rintanato il mio amico Alessandro Ceni Tozzi.

Non si è poeti senza la voglia di sparire, di confondersi, in una mimesi di foglie gialle e arancio sanguinello. Occorre sottrarsi al mondo, alla fragilità dell’essere sempre dappertutto, a fare un libretto all’anno, inutile, come la chincaglieria dei mercatini, come la paccottiglia, la merce dozzinale. Oggetti inutili. I poeti vivono in apnea. Salgono per riprendere ossigeno poi ridiscendono nei fondali dell’oceano. L’apnea è la vera vita del poeta. Senza nessuna ambizione. Senza rivalità. Senza vendere nulla a nessuno. Scrivere poesia, fare poesia, non è un’arte come molti dicono, è un gesto. Tutto va combattuto. In un combattimento ininterrotto. Perfino l’ispirazione, la postura, la dizione, le letture, le conferenze, il teatro del mondo.

Vanno combattute le chimere.

La poesia è attesa, vigilia dell’essere. Attenzione. Letizia e stupore. Carità del mondo. Possibilità reale di avvicinarsi al mistero, alla verità. Desiderarla. proclamarla. Adorarla. Sempre, a qualunque prezzo. Solo così qualcuno rimetterà la querela, rinuncerà all’azione penale contro la nostra sciatteria umana. La poesia non può essere furbizia, opportunità, ambizione, conferenze a tutto spiano, amor proprio, do ut des, militanza, protagonismo, premi letterari finti, rimborso spese, prestigio sociale, denaro potere e lussuria. La poesia è nel mondo ma non è del mondo.

L’ultima volta che vidi Alda Merini eravamo a Massa in piazza degli Aranci. Seduti in un bar a bere un bicchiere di Chianti Classico Gallo Nero. La gente passava, ci guardava, rideva a mezza bocca, eravamo due baracconi, due fenomeni da circo. Al mondo interessa il circo. Gli animali che saltano sulla corda, il clamore, lo spettacolo. Alda mi disse: “Ricordati sempre il disprezzo di questi sguardi, di questi volti. La poesia è la forma più acuta e più alta del dolore umano”. La forma più acuta e più alta del dolore. Lo struggimento del dolore. La purezza del dolore. La trasfigurazione della parola poetica, dello sguardo. Il sacrificio, il martirio, la nostalgia. I poeti balbettano mentre la morte fiorisce nel mondo.

Dove sono rifiniti i poeti?

Il mondo sente solo il chiasso dei poetastri. Viviamo nella belle epoque degli spettacolini e dei selfie, delle pagine social.

Qui si fa commercio, vendita al minuto di libretti di poesiole, rimette infantili. Sentimentalismo. Solipsismo. Psicologismo. Vogliamo vivere delle emozioni! E’ la moda dei conferenzieri. Venditori porta a porta del nulla. Imposti dal potere, dal partito, dal sindaco, dai preti, dai centri culturali, dal boss dei dipartimenti del piccolo mondo accademico. Cantanti di canzonette invitati nelle aule dell’università Psicanalisti, con abiti sartoriali, che vendono banalità un tanto al chilo. La new age. Emozioni e fuochi d’artificio.

Dove siamo rifiniti?

foglie