Il blog di Luciana Coén

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The forty rules of love – Le quaranta porte di Elif Shafak

best BUR, 2016,

traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini

L’amore è la causa. L’amore è il fine.

Esiste un modo per comprendere cos’è l’amore, senza prima essere innamorati?

L’amore non si può spiegare, ma solo provare.

L’amore non si può spiegare, eppure spiega tutto. (pag. 236, 249)

…che l’amore ti possa trovare quando meno te l’aspetti, dove meno te lo aspetti. (pag.77)

L’amore esiste dentro di noi fin dal momento in cui nasciamo, e da allora attende di essere scoperto. Di questo parla una delle quaranta regole: “L’universo intero è contenuto in un singolo essere umano: tu. Tutto quel che vedi attorno a te, anche le cose che potrebbero non piacerti, e persino quelle che tu disprezzi o aborri, tutto è presente in te, in gradi diversi. [ ] Il diavolo non è una forza straordinaria che ti aggredisce dall’esterno. È semplicemente una voce interiore. Se riuscirai a conoscere bene te stesso, ad affrontare con onestà e severità il tuo lato oscuro come quello luminoso, raggiungerai una forma suprema di conoscenza. Chi conosce sè stesso, conosce Dio”. (pag. 145)

Non preoccuparti di dove ti porterà la strada. Concentrati invece sul primo passo. È questa la parte più difficile e in questo consiste la tua responsabilità. Una volta fatto quel passo, lascia che tutto vada dove deve andare, il resto verrà da sé. Non seguire la corrente. Sii tu la corrente. (pag. 176)

Posso sperare che vada così. Sì. Posso controllarlo? No! [ ] il resto non è nelle mie mani. E questo è quello che i sufi chiamano il quinto elemento: il vuoto. L’inesplicabile e incontrollabile elemento divino che noi come esseri umani non possiamo comprendere, ma di cui dovremmo sempre essere consapevoli [ ]. Ho accettato il fatto che ci sono cose che vanno oltre i miei limiti. Io posso scorgerne solo qualche immagine, come scene sparse da un film, ma il grande progetto è al di là della mia comprensione. (pag. 187)

L’universo è un solo essere. Tutto e tutti sono collegati tra loro mediante una rete invisibile di storie. Che ne siamo consapevoli o meno, tutti intratteniamo fra noi una conversazione silenziosa. Non fare alcun male. Pratica la compassione. Non fare maldicenza alle spalle altrui, nemmeno un’osservazione apparentemente innocente! Le parole uscite dalla nostra bocca non svaniscono, si conservano in eterno nello spazio infinito, e torneranno a loro tempo. Il dolore di uno solo farà soffrire tutti. La gioia di uno solo farà sorridere tutti. (pag. 266)

Destino non significa che la tua vita sia stata rigidamente predeterminata. Per questo affidare ogni cosa al fato e non contribuire attivamente alla musica dell’universo è segno di pura e semplice ignoranza. La musica dell’universo pervade ogni cosa e si compone di quaranta livelli diversi. Il tuo destino è il livello al quale suonerai la tua melodia. Puoi anche non cambiare strumento, ma come suoni dipende unicamente da te. (pag. 283)

Ogni sentimento autentico di amore e di amicizia è storia di cambiamenti inattesi. Se restiamo gli stessi prima e dopo aver amato, significa che non abbiamo amato abbastanza. (pag. 351)

Che immenso spreco, se anche un solo giorno nella tua vita è identico al precedente. Ogni momento, a ogni respiro, dobbiamo rinnovarci e poi rinnovarci ancora. (pag. 424)

the forty rules of love
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Lady O’Nion, Hellerau, 14-15 settembre 2017

Si è svolta a Hellerau, Dresda (Germania) la rassegna Linie 08 re-move dove Elena Cencetti ha presentato Lady O’Nion parafrasando “onion” (cipolla). Cipolla come metafora degli strati e delle maschere/persone che vestiamo/abitiamo durante la vita.

L’entrata in scena della ballerina, rivestita di una tuta vedremo poi colma di abiti, è surreale, liberante e liberatoria con la sua sonora risata che accompagna gli scivolamenti ripetuti sullo spazio scenico, ironizzando sulla pesantezza e sui diversi strati che la ingolfano e al tempo stesso proteggono, anche dagli urti sul terreno delle scivolate. La performance è un connubio tra danza e teatro, dove la danza acquista una voce (della ballerina, di G. Gaber – alcuni versi del Dialogo sulla cipolla 1972/73- e di versi della poesia di P. Neruda Ode alla cipolla), la mimica e la gestualità del teatro e il teatro acquista l’armoniosa flessuosità coreutica.

Con la grazia della danza e la sveltezza teatrale, Elena si libera degli strati che la rivestono; con teatralità dà voce ad ogni abito tolto evocando i ricordi del periodo in cui sono stati indossati/abitati: l’adolescenza, un tango, il matrimonio….fino a rimanere con l’abito che rappresenta la sua essenza e in un gioco di luci e ombre, danza la sua sostanza, la rabbia che attraversa talvolta la vita e come cane rabbioso addenta gli abiti con il furore del tempo andato; oppure si produce in una danza con la tuta che rappresenta il partner, ballando il matrimonio.

Vestirsi a cipolla è sinonimo del proteggersi dalle intemperie attraverso più strati, che possono essere tolti via via che il clima migliora: quale metafora esplicativa per la vita, dalla quale ci proteggiamo come meglio possiamo quando eventi ci scombussolano? E quale indigeribilità rappresenta la cipolla come lo è talvolta indigesta la vita , ma come dice Gaber “non è detto che una cipolla ti faccia male. Se la capisci, butti via quello che non serve e tieni la sostanza”. Oppure nell’Ode di Neruda la cipolla è ben vista perchè è il cibo dei poveri, che fa piangere senza però affliggere e ha una sua bellezza, formatasi petalo su petalo, strato su strato.

La performance si chiude con il balletto con la tuta, con cui si è aperta la performance, adesso riempita degli abiti che vestivano Elena e che può rappresentare l’altro sé, accolto tra le proprie braccia.

http://www.tanznetzdresden.de/lady-onion-einblick.html

https://www.facebook.com/1617355281881796/photos/ms.c.eJxFzNsNgDAMQ9GNkGO3eey~;GAqU8HtkXwICSEgWBlw8oAZUDJj7xhI~;MFalItYPbyPnks9iD5QavDTgHdWOGwo0Gr0~-.bps.a.2003000493317271.1073741836.1617355281881796/2003002203317100/?type=3&theater

http://guide.supereva.it/letteratura_sudamericana/interventi/2004/10/179657.shtml

http://www.giorgiogaber.it/discografia-album/le-cipolle-prosa-testo


butho-fiesole-bis

 

Finalmente le stelle

e la luna nel suo

sorridente

primo quarto

ad attendere nuovi giorni

per la sua rotondità

come ventre gravido di vita.

Passi misurati

gesti lenti antichi

bocche spalancate

fuochi sulla scena

musica penetrante le viscere

corpi maschili scolpiti

da ore e ore di esercizi

accompagnano la notte

e infine

dolci inchini giapponesi

la conducono

per mano

verso l’alba.

 

Sankai juku (“laboratorio dei mari e dei monti”) è una compagnia giapponese fondata nel 1975 da Ushio Amagatsu, appartiene alla seconda generazione di ballerini buto. Per Amagatsu il buto è un tentativo di articolare il linguaggio del corpo per trovare un senso comune, un’umanità universale, ricorrendo a volte alla crudeltà e alla brutalità (dalla brochure del Florence dance festival 2016)

 


Quando il moto dell’universo si concentra in una individualità diventa ciò che si chiama la volontà1

Dalla narrazione di Mani sul mio corpo. Diario di una malata di cancro al corpo nelle mie mani attraverso l’espressione artistica dei movimenti coreutici; due modi diversi per esprimere emozioni e percezioni corporee. Perchè del movimento delle emozioni rimane memoria nel corpo stesso che è possibile evocare. La performance Mani sul mio corpo ha ri-evocato emozioni, propriocezioni riconducibili a qualsiasi evento stravolga una qualsiasi vita.

Il balletto – in italiano il titolo – presentato a Dresda al Festspielhaus Hellerau (Germania) all’interno di Linie 08 attention, trae spunto dall’omonimo libro. Più scene all’interno di una scenografia ridotta all’essenziale e giocata molto sulle luci che di volta in volta illuminano le ballerine, Therese Wielepp e Elena Cencetti, valorizzando i quadri che creano. Assoli si alternano a movimenti danzati in coppia, in un lasciarsi e ritrovarsi attraverso gli sguardi e i corpi, come nella vita reale, nella concretizzazione del bisogno di relazione di vicinanza e di condivisione anche fisica delle emozioni.

Lo svolgersi della rappresentazione utilizza l’esperienza del cancro come metafora dell’esistenza, quando un qualsiasi evento irrompe nella vita e la stravolge. Così l’inizio della performance è un ballo stile disco dance a due, dove si respira spensieratezza e leggerezza per piombare in un assolo di forte impatto emotivo per l’energia che la danzatrice trasmette allo spettatore, paura e dolore per l’evento avverso. Si alternano figure che rimandano alla malattia, a un intervento chirurgico, alla alterazione della femminilità concepita generalmente come integrità fisica corporea e quindi la menomazione legata ad una asportazione di parti sessualmente caratterizzanti la donna, riduce se non rimuove completamente la femminilità della donna operata, sempre per una visione generale della nostra cultura e società. Giocato sulle mani sul corpo un altro assolo coinvolgente dove la luce concentra l’attenzione sull’espressività dei gesti della ballerina senza aggiunta di altra coreografia se non se stessa, il suo corpo e i movimenti armonici che disegna. La scenografia è scarna, sono presenti solo alcuni oggetti, come reggiseni e protesi, un tavolo che di volta in volta rappresenta un armadio, un tavolo operatorio, una pedana dove le due coreute giocano con se stesse, una sopra e una sotto, in una sincronia e sintonia di movimenti che, non vedendosi, emergono dalla percezione comunque l’una dell’altra, dal palparne la presenza altrui. Apre e chiude la performance la candela, elemento significativo presente nel libro, come simbolo di vita che continua a illuminare il cammino, nonostante gli eventi destabilizzanti. Suggestiva la musica che accompagna ogni quadro in movimento, come il mixage di suoni che simulano un intervento chirurgico o la melodia di Maria Carta durante il primo assolo, fino all’esplosione finale sul survivor – superwoman supereroe – in una danza veloce, vivace e ironica/sarcastica sul concetto di sopravvivenza per le donne che, pur avendo attraversato un cancro, vivono ancora, vitali e nella pienezza della vita, come dimostrano le due ballerine, ambedue intimamente vicine a donne survivor.

Danke schön Therese, grazie Elena.

1Isadora Duncan, Donna è ballo, Ghibli editore 2015, pag. 9

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