Il blog di Luciana Coén

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Fatti di acqua

immersi nel grembo materno

pregno di acqua

morirono in acqua.

 

Hanno insegnato

a non guardare gli occhi

a girarli a pancia in giù

appena recuperano i corpi.

Gli occhi

-potrebbero essere aperti

pieni di acqua marina

blu profondo

e ancora guardarci

chiederci dalla vitrea pupilla

una parola

una mano

un aiuto;

il volto

potrebbe essersi congelato

nell’ultimo sorriso

o nell’ultimo spasimo

del grido perso

in quella marea di acqua

-ne riempì la bocca

salmastro puro

e rimase aperta

sulla spettrale gola

i denti bianchi

fulgidi

nel blu petrolio

del mare.

Non vanno guardati

– quegli occhi

quei volti

sono gonfi

di domande liquide

e noi,

noi

non abbiamo risposte.

Neanche un nome

possiamo restituire loro;

neanche talvolta

ricomporre il corpo.

Solo districarli

e riportarli

alla luce asciutta

della terra agognata

grondanti

di un dolore infinito

di lacrime liquide.

 

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Un granello di polvere

un sospiro una nota

un clamore sinistro

una nuvola di pulviscolo

denso

irrespirabile

pieno di terra il respiro

un coro di voci bianche

si inerpica sulle macerie

sempre più lieve

lontano

sussulto di umanità

sbriciolata

persa

mai adulta sarà.

 

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La voce

affievolisce

non  la sentono più

al di là

del cumulo di macerie

 

ma continua a risuonare

forte

dentro di te

nel tempo

e nello spazio

che più non esiste

sotto le macerie

 

la voce affievolisce

la vita

lentamente

torna polvere.