Il blog di Luciana Coén

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…I bambini no i bambini no…

Gridavi
E pensavamo essere un urlo folle.

Era sì un urlo folle
Ma di chi non accettava
L’inumanità –
Allora possedeva l’uomo-
Forse anche oggi?

Imponente
La sofferenza del mondo
Dei bambini uccisi
arrivava a te
E solo la follia permetteva
Di urlare di gridare
Il dolore
Altrimenti disperso nel vento
Come le ceneri
Il loro nome
La loro memoria.

Avresti pianto
Tutte le lacrime del mondo
E urlato all’infinito
Con una eco incessante
…I bambini no i bambini no…
Fino a quando la voce
Sarebbe sfumata
soffocata
Dall’orrore
– ancora
Non cessa e si perpetua
Nonostante i mai più -.

 

bambini

Una stanza enorme buia accoglie il Memoriale dei Bambini allo Yad Vashem. Si entra al buio, seguendo un corrimano, gli occhi faticano a abituarsi all’oscurità, i piedi stentano a fare un passo dopo l’altro presi dalla paura di non trovare il terreno sotto di loro e di inciampare. Come i bambini che videro spezzata la vita in modo barbaro. La declinazione continua dei loro nomi e dell’età accompagna il percorso, insieme alle mille lucine che si accendono e si spengono, come è stata fulminea la loro vita. Quando si riemerge alla luce, sono le lacrime che annebbiano la vista dalla commozione che permettono agli occhi di riabituarsi alla luce calda gerosolimitana.
Esperienza indimenticabile, emozioni dense, che si ancorano dentro.

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di Eve Ensler, Il Saggiatore 2015

 

La letteratura medico scientifica ha raccolto numerose evidenze che talvolta il cancro origina da stress, trauma fisico o psicologico; il libro di Eve Ensler ne è una testimonianza diretta.

Ensler, autrice de I monologhi della vagina (1996) e del V-day (1998), successivamente di One billion rising, ha portato la rappresentazione de I monologhi in tutto il mondo, soprattutto nei paesi dove la violenza sulle donne (abuso, stupro, mutilazioni genitali ecc.) è più accentuata, destinando poi il ricavato ad associazioni attive nel contrastare ogni forma di violenza e nel creare strutture rifugio per le donne abusate, come la Città della gioia di Bukavu, Congo.

Ensler ascolta le narrazioni delle vittime di violenza, incamerando il dolore delle donne incontrate, sviluppando alla fine un cancro

…Ero incinta di un trauma? Pag. 41; Ho il cancro da stupro? Pag. 42; Le cellule di tumore endometriale (uterino) hanno creato un tumore tra la vagina e l’intestino creando una «fistola» rettale. In pratica, il cancro aveva fatto esattamente quello che lo stupro aveva fatto a migliaia di donne in Congo. Ho dovuto subire la stessa operazione che molte di loro hanno subito…Migliaia e migliaia di donne hanno sofferto di fistole da stupro, tanto che è considerata una ferita di guerra pagg. 44.45.

Quanto il dolore delle narrazioni, del vivere insieme a persone violentate possa essere devastante anche per l’ascoltatore – per l’autrice (peraltro vittima dell’abuso paterno), era già evidenziato nel libro di Moira Sauvage, Le avventure di questa favolosa vagina, Tropea editore 2009, dove sono descritti la depressione, il pianto che coglieva Eve in certi periodi, quando il peso del dolore era troppo da sostenere, bloccandone le attività, per poi riemergere con più impegno e voglia di agire.

Nel corpo del mondo è la storia del cancro e della sua cura, dapprima contrastata, ma alla fine accettata e accolta perché “la chemio non è per te. È per il cancro, per tutti i crimini passati, per tuo padre, per gli stupratori, per i colpevoli. Li avvelenerai ora e non torneranno più. La chemio purgherà il male che ti è stato proiettato addosso ma che non è mai stato il tuo.” Pag. 100

Il libro è denso di riflessioni: cercar di capire come e perché Eve si è ammalata di cancro, rilevando le connessioni tra le terribili conseguenze a cui vanno incontro le donne congolesi stuprate (pag.42 e segg., 55); oppure evidenziare la connessione tra ciò che accade nell’ambiente e il suo corpo (la rottura/la perdita del Golfo [del Messico] pag. 65); raccontare il corpo nelle sue reali sfaccettature senza alcuna vergogna di esporre situazioni difficilmente accettabili e leggibili (La stomia pag.51, Rasata a zero pag. 94, Merda pag. 129, Scoreggiando per Cindy pag. 156,Incontinente in Congo pag. 163, Perdite pag. 165); ripensare e recuperare le relazioni familiari, il rapporto con la sorella e l’accompagnamento alla morte della madre:…ci siamo innamorate [Eve e la sorella Lu]. È l’unico modo per descriverlo. Abbiamo trovato un’altra meta per la nostra devozione, non in alto, verso un padre impossibile, né fuori, verso una madre irraggiungibile, ma attraverso, l’una incontro all’altra. Pag. 122.

Intense le pagine sulle riflessioni sull’amore:

...Cercavo sempre l’amore, ma ho scoperto che l’amore non ha niente a che fare con il cercare…L’amore è qualcosa che si espande di continuo e ha bisogno di spazio, aria, movimento, libertà…è esserci, non dimenticare, mantenere le promesse, dare tutto e perdere tutto. Nessuno è mio… Non ha percezione di sé…È infinito e generoso e avvolgente. È nei tamburi, nelle voci, nei corpi feriti e risanati dalla musica, l’uno dall’altro, nella danza. Pag. 140-143

Per poi arrivare alla comprensione che la lotta finora condotta per salvare e salvaguardare le vite degli altri, deve rivolgersi a salvare e salvaguardare la propria vita, quell’anima e quel corpo tanto trascurato, inascoltato nei segnali che mandava, perché troppo sanguinante e sofferente (pag. 77).

La prosa asciutta, non cede ad alcun pudore né pietismo nel narrare situazioni che rabbrividiscono alla loro lettura, tanto pare impossibile che avvengano ancora oggi, nel 2015.

E’ una testimonianza intensa, significativa di quanto anche un fatto privato come una malattia oncologica importante, possa essere ricondotta all’interno di un impegno civile, sociale e di uguaglianza perseguito nella propria vita, giorno dopo giorno.

Luciana Coèn


è notte, mi sveglio all’improvviso, il sonno interrotto.

Il pensiero che i bambini, gli adolescenti e negli ultimi giorni, almeno tre bambine siano state fatte saltare in aria per distruggere vite, mi attanaglia l’anima, il cuore e mi tiene sveglia.

Nell’incapacità totale di fare qualcosa perché l’orrore cessi, uso il mezzo che posso: le parole, le mie forse inutili parole, per ricordarle, per ricordarci che anche noi siamo responsabili di ciò che accade, soprattutto delle giovani vite distrutte, violate per spezzare il futuro.

 

Il gioco inizia:

le mani leggere, carezzevoli

sfiorano il corpo,

credi sia amicizia

affetto;

 

vestono abiti nuovi

colorati;

 

poi velocemente

con durezza

cingono la tua vita

con una fascia.

 

E’ pesante

fatichi a camminare

ma le mani

ti spingono avanti

e devi andare.

 

Venduta per disperazione

dalla tua famiglia

o rapita

o già orfana

per la guerra maledetta

ti avvii;

 

lo sai che stai per saltare in aria?

oppure pensi ancora ad un gioco?

Sei in mezzo alla gente

 

povera disperata come te

 

forse sorridi

forse scherzi

o forse non sai più come si fa

ormai da tanto tempo.

 

Poi

la tua vita

salta in aria

 

Distrutta

 

insieme a quella

di tanti altri.

 

Perdono.

Per l’incapacità di esserti vicino.

Perdono.

Per la tua giovane

femminile vita

distrutta.

 

E non voglio usare-abusare immagini che lacerano alla vista perché solo il cuore e l’anima devono avere occhi di fronte a tanta efferatezza e scolpire dentro di sé l’orrore per farsene carico e cominciare a contrastarlo. Anche con il pensiero, anche con le parole. Per il futuro che viene estirpato così prima ancora che metta saldi radici.


Galleggia

a pelo d’acqua

con i suoi occhi scuri

fondi

che ci fissano

mentre affonda

e come Martin Eden

nel momento stesso

in cui lo seppe

cessò di saperlo

che non avremmo più rivisto

i suoi occhioni fondi.

 

A coloro che alla ricerca di una vita altra, hanno perduto la loro in fondo al mare.

 

http://video.repubblica.it/edizione/palermo/quell-abbraccio-inimmaginabile-in-un-mare-di-morte/165896/164385?ref=HREA-1