Il blog di Luciana Coén

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http://www.laborcare.it/misc/pdf/editoriale_19

 

contributi di colleghi

 

buona lettura!

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Prima voce:
Datemi spazio.
Io sono.
La persona
Che veste il femminile
E abbraccia – ingloba – il maschile.

La donna feconda di vita-amore
Figlia madre compagna

L’infermiera che
Guarda nei tuoi occhi
Ascolta la musica del tuo battito
Inspira il tuo odore
E il tuo respiro
Tocca il tuo corpo
Sfiora la tua anima

Abita con te la tua vita
Qui ora nel nostro incontro.

Datemi spazio. Dateci spazio.
Io sono. Noi siamo.
Tutto e niente.
Prendiamoci spazio
Abitiamo lo spazio
Nel tempo dato
Sentito vissuto.

 

Seconda voce:
Lo spazio assente del depresso
E senza tempo;

lo spazio senza limiti del maniacale
e il tempo fugge tra le dita;

lo spazio abitato dal contare il tempo
di chi poco tempo ha;

lo spazio racchiuso nel tempo scandito
da atti gesti fogli orari predeterminati;

abitare come quale spazio
lo spazio il mio spazio ha un limite
coincide con la mia – con la tua libertà?

Lo spazio infinito è un vuoto da colmare?
È l’assenza di chi non è più, il suo vuoto incolmabile?

Di chi è lo spazio? Mio tuo di nessuno?

È definito come il tempo cioè non-definito?

 
Terza voce:
Lo spazio
del dolore
Della gioia
Del vuoto di chi non è più
Pieno di voci di presenze
Denso di odori di profumi
Lieve del vento che lo attraversa
Dai mille colori dell’alba e del tramonto e dell’arcobaleno
Umido di pioggia e nebbia
Freddo della neve che cade
Delle pietre
Caldo di un abbraccio di un sorriso.

Lo spazio di noi
Di te me loro
Che unisce
Che divide
Dei giochi dei ricordi
Delle parole e dei silenzi
Di paura
Di sollievo
Di leggerezza.
Che rimbomba
E quello pieno
Dove ogni suono è attutito
Assorbito dagli oggetti.

Lo spazio della vita
Dove tutto inizia
E dove tutto finisce
Della morte.

 

 

Quarta voce:
Datemi spazio
Il tempo della fiamma di una candela
Un bagliore
E tutto acceca intorno
Perdendosi nella luce bruciante.

Datemi spazio
Quando una goccia
Scivola dal palmo della mano
E appena bagna la pelle,
un solletichio,
un mormorio sale dalla gola
e si fa strada fino ai denti
e lì si impiglia
sordo, denso
impastando la bocca
di sottile angoscia
di umido dolore.

Datemi spazio
Ora che voglio uscire
Dall’utero caldo
E darmi alla luce
Venire al mondo
Nell’immensa
Lattiginosa scia
Senza un inizio
Senza un dove
Senza una fine.
Sarà quello il mio spazio
Fiamma e goccia che solcano
Fiumi disciolti
In letti di pietre levigate
Dallo sciabordio dell’acqua
Su cui ri-posarsi.

In attesa
di giungere
al mare
dove la fiamma spegnerà
il suo ardere
e la goccia finalmente
troverà materia in cui con-fondersi
perdersi felice.

E il vento,
solo allora il vento si alzerà
dal suo nido morbido
e in dolci spire
avvolgerà
e riempirà lo spazio
di un umore tenero pastello
e infine
poserà il suo alito
sulla pelle stesa a terrà
e restituirà il soffio vitale.

 

 

*intervento conclusivo del Convegno “Datemi spazio” dell’Associazione culturale Spazio Etico, 12 novembre 2016, Empoli (Firenze)


La visita allo Yad Vashem di Gerusalemme1 (Yad Vashem” è parola di Dio, come dal passo del Libro di Isaia 56:5: “concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome (yad vashem) … darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”) mi ha portato a riflessioni e collegamenti alla pratica assistenziale. Tutto ha un filo che lega i pensieri e le azioni ed è possibile trovarne le congiunzioni, aprendo anima e occhi a ciò che, pensandolo casuale, ci arriva.

Al di là dell’evento storico innegabile che ha ucciso milioni di esseri umani, colpisce l’idea di fondo dell’evento stesso: l’annientamento delle persone e al tempo stesso lo sforzo che milioni di esseri umani hanno fatto per non soccombere ad esso, cercando di mantenere vive dentro di sé e nella comunità di appartenenza le tradizioni, i pensieri, le azioni che li tenessero saldamente legati a ciò che nessuno vuole perdere: l’identità.

Nessuno può dire «io» senza un «tu» che lo riconosca e lo confermi. La soggettività è un effetto dell’alterità. Come scrive Fernando Pessoa «Quanti sono io? Chi è io? Cos’è questo intervallo che c’è tra me e me?». [ ] Come racconta Primo Levi, nei campi di concentramento nazisti l’obbligo imposto ai prigionieri di lavorare a vuoto, come scavare una trincea per poi riempirla, serviva a completare il progetto di annientamento, a concludere un assoggettamento inteso come cancellazione della soggettività, del senso di sé, dell’autostima, a produrre automi. (Silvia Vegetti Finzi, Una bambina senza stella, Rizzoli 2015 pag 72)

Le sale dello Yad Vashem riportano a questo, al mantenimento dell’identità o al recupero di essa con la restituzione, purtroppo per molti a posteriori, dell’identità attraverso ciò che caratterizza, distingue un essere umano dall’altro: il nome, il volto, gli occhi. Restituire il nome e il volto a corpi che non sono più, significa evocarne la vita con la memoria dell’essere che sono stati. Una delle sale dello Yad Vashem ha la forma di cupola piena di foto di volti che sorridono o sono seri davanti alla macchina fotografica del secolo scorso. Sono gli occhi di chi non è più e che giustamente ci guardano dall’alto sottomettendoci alla loro e nostra storia.

Non siamo più, ma eravamo e la vita era in noi, sembrano dirci quegli sguardi.

la vera morte avviene quando nessuno ti ricorda più, quando sparisce quello che hai tramandato…Si muore definitivamente tra i viventi solo quando muore l’ultima persona che ti ricorda…” (Noi donne, ottobre 1990, Rosetta Albanese)

cupolanomiLa riflessione scaturita riguarda la spersonalizzazione che spesso, anche in buona fede, mettiamo in atto verso le persone di cui ci prendiamo cura o, meglio in questo caso, assistiamo. Non memorizziamo il loro nome, sfioriamo appena, forse quel poco che serve al momento, la loro storia, non ci soffermiamo a guardare, penetrare nei loro occhi, a cercare di com-prendere oltre gli sguardi e le parole. Ma il nome – l’identità – e la memoria di/per un essere umano sono l’unico aspetto che lo caratterizza, al di là di ogni connotazione – genere, razza, religione ecc.-, semplici o troppo sofisticate sovrastrutture che noi esseri umani abbiamo creato. L’invito è pertanto a chiedere e memorizzare il nome della persona di cui ci prendiamo cura, di chiamarlo SEMPRE con il suo nome, che evoca la persona stessa e la sua storia, anche nella cosiddetta assistenza indiretta, cioè non in sua presenza, e di portarne poi memoria, fosse anche come argomento di studio e approfondimento per migliorare l’assistenza dopo che si è concluso il percorso di cura. Onoreremo così la nostra appartenenza al genere umano e applicheremo rispetto e dignità a loro e anche a noi stessi, come operatori di professioni di aiuto e come esseri umani.

1 As the Jewish people’s living memorial to the Holocaust, Yad Vashem safeguards the memory of the past and imparts its meaning for future generations. Established in 1953, as the world center for documentation, research, education and commemoration of the Holocaust, Yad Vashem is today a dynamic and vital place of intergenerational and international encounter.

è uscito travagliato, sofferto ma pieno di riflessioni e stimoli, il numero 11 di Laborcare journal (www.laborcare.it)

http://www.laborcare.it/misc/pdf/editoriale_11