Il blog di Luciana Coén

Archivi categoria: donna e malattia

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invito marzo donna – medicina spicosomatica (1)

 

ERRATA CORRIGE: nella locandina è scritto martedì 24 marzo:

la conferenza è sabato 24 marzo

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Lascio il cancro agli anni trascorsi

guadati nel dolore

appesi ai filamenti lunari

ai raggi solari

e ai sorrisi di chi non è più;

alabastrina rimane la sua impronta

come tulle ricopre la cicatrice

-cancro è stato,

forse tornerà,

ma ancora

mi coglierà viva

e percorrerò un altro tratto di via.

E se più non sarà

la vita continuerà

comunque

a stupirmi

a sorprendermi

con i suoi colori

odori luci

ombre gioie

dolori incontri.


Be’, sì è sbagliato il nome, ma Lucia Coèn sono sempre io, Luciana

Nonostante siano passati 8 anni dalla sua pubblicazione, Mani sul mio corpo offre ancora spunti e riletture.

Grazie Stefania Polvani e a tutti i lettori!!!

 


Recensione del libro di Pablo D’Ors, Sendino muore, Vita e pensiero 2015SENDINO MUOREPoche pagine, un piccolo libro tascabile ma intenso, profondo. Una lettura scorrevole che invita a soffermarsi su alcune frasi, riflessioni su un accompagnamento alla morte. Alcuni passaggi stavolta mi hanno colpito per la straordinaria sovrapponibilità di considerazioni fatte da due persone profondamente cristiane (Africa Sendino e Pablo D’Ors) con quelle di una laica (la sottoscritta), senza avvertirne alcun fastidio. Forse perchè la fede, in questo caso cristiana, viene professata in modo discreto e non invasiva; o perchè il nucleo, il nocciolo delle considerazioni è universale o per lo meno condivisibile dai più, sulla base della esperienza personale avuta con il cancro. Ho ritrovato concetti, riflessioni elaborate, espresse durante e dopo l’attraversamento del cancro, leggibili nei miei scritti e libri, quali il tempo dalla parte del malato; l’autodeterminazione del malato rispetto a chi e quando dire della propria malattia e le scelte sulla cura (pag.43); vivere la malattia in una prospettiva evolutiva, di crescita; e vista la comune appartenenza al mondo sanitario, anche se su due diverse professionalità, l’opportunità di volgere l’esperienza “dall’altra parte” come un dono al prosequio del proprio lavoro e professionalità.

La malattia ci trova là dove siamo. Quando è toccata a me, ho capito che potevo viverla come una circostanza avversa e fino a un certo punto irritante o, al contrario, come un’immensa e immeritata occasione per imparare…se ne uscivo viva, sarei diventata una valida interlocutrice per i malati.” (pag. 39)

Interessanti le annotazioni del narratore, Pablo D’Ors, cappellano cattolico presso l’ospedale di Madrid Ramòn y Cajal, scrittore madrileno, che si impegna a rendere pubblica la testimonianza di Africa Sendino, medico oncologo madrileno, dietro sua precisa richiesta. Sin dalle prime pagine la protagonista viene descritta attraverso alcuni aggettivi: speciale, ammirevole, sublime. Perchè quello che ha colpito l’autore “non è la morte, ma il morire, il modo di morire.” (pag.13). Per ricordare a tutti noi e a coloro che accompagnano il morente o anche a chi ne è semplice testimone, l’importanza del processo del morire e non dell’evento finale, del percorso che il morente fa e a cui si assiste.

D’Ors prosegue ponendo l’attenzione sul corpo malato, sulla sua compostezza e su come la postura assunta dal malato sia anch’essa indicatore di dignità, del suo mantenerla anche nella malattia “stava coricata con dignità…nei suoi movimenti, mai bruschi, c’era sempre armonia…nella posizione che alla fine assumeva, anche in balìa del dolore, c’era quella fermezza e flessibilità che fanno sì che un corpo umano possa essere detto bello” (pag. 14-15), facendo un parallelo con il linguaggio corporeo in altre occasioni, fino a dire: “La postura corporale esprime sempre un atteggiamento spirituale, però è un’altra di quelle cose che la Chiesa ha trascurato1. Infatti l’autore parla della “eccezionale interiorità [di Sendino], giacchè non c’è cura dell’anima che non trabocchi nel corpo e nell’intelligenza” (pag. 17).

Il processo del morire, accompagnare una persona negli ultimi tempi della sua vita, può portare a una crescita anche nell’accompagnatore, se si riesce ad accogliere tutto quello che circola intorno al morente e alla sua persona, come scrive D’Ors: “uno spegnersi che, misteriosamente, ha illuminato tutti noi che le siamo stati vicino.” (pag. 27).

Ma stare accanto ad una persona nel fine vita significa anche fare i conti con i propri limiti nella comprensione delle difficoltà di un malato, riconoscerli per poter, accogliendoli, iniziare o proseguire la propria evoluzione. Così la lettura delle poche righe che Sendino consegna a D’Ors giornalmente, sempre più ridotte con il progredire del cancro, permettono all’autore di comprendere che “ essere malato è già di per sé un’occupazione e che non è il malato a fissare l’orario della sua giornata, bensì le terapie e le visite”. (pag. 31) e che il malato ha bisogno di parlare assai più che di ascoltare. Parlare lo fa sentire attivo, e ciò compensa l’inevitabile e permanente situazione di paziente che deve sopportare” (pag.64).

Nella terza parte del libro ci sono le pagine scritte personalmente da Sendino dal momento della sua diagnosi e fino a che ha potuto, malattia e terapia permettendo. Anche per lei, medico oncologo, la malattia è rivelatrice del mondo dall’altra parte, dei sentimenti vissuti dal malato, di ciò che finora lei ha solo ascoltato e provato a curare e forse, talvolta, a prendersene cura. Ma l’esperienza è tutt’altra cosa…

Sendino esce dal laboratorio analisi dove ha avuto la certezza della diagnosi con un nuovo panorama esistenziale…è un personaggio nuovo: il medico che si ammala che deve ballare con la malattia.(pag.35), per dichiarare quello che da tempo si cerca di far passare e cioè che “il malato non dev’essere solo ‘paziente’; dev’essere il protagonista della sua malattia” (pag. 35).

La malattia inoltre, scrive Sendino, anche se comporta delle perdite, non deve però comportare la perdita di sé stessi, l’identità e l’integrità personale deve rimanere, essere salvaguardata in tutti i modi “impressionava molto che volesse continuare a crescere in mezzo a tante perdite” (pag. 63).

La lettura scorre fluida e densa, fino a considerazioni sul lutto, su quanto al giorno d’oggi ci si dedica a ricordare una persona morta, quanto tempo e scrive D’Ors: “non mi spaventano i prolungati lutti…piuttosto la brevità con cui oggi si vivono solitamente i lutti: la rapidità con cui infiliamo i morti nelle loro bare e la rapidità con cui tutti ritorniamo alle nostre faccende quotidiane, come se non fosse successo nulla. Ogni tanto un pensiero per il defunto, sì, ma uno solo.” (pag. 55).

Interessante il passaggio di Sendino dal prestare aiuto a chi ha bisogno all’essere bisognosa di aiuto: un enorme lavoro interiore per poter accettare di non riuscire a occuparsi di se stessa da sola (pag. 58); della difficoltà spesso presente, nei familiari di coinvolgere la persona malata e del lutto anticipato: “aveva capito che la malattia non implica solo dolore fisico, bensì la progressiva scomparsa dall’orizzonte degli altri, anche delle persone più care…moriamo a questo mondo molto prima che il nostro cuore smetta di battere” (pag. 59) .

Chiude Pablo D’Ors con una riflessione: noi esseri umani ci realizziamo come esseri umani solo quando non fuggiamo dal dolore, quando guardiamo in faccia senza ritrarci chi soffre, anche se ci turba. Ma ci ricorda anche che vivere umanamente, stanca e che forse quello che ci spaventa è proprio la resistenza, l’andare sempre un po’ oltre al limite che sentiamo di fronte alla sofferenza, accogliendone sempre un po’ di più.

Concludo con le prime parole di Africa Sendino, ad apertura del testo: Ho dedicato la mia vita ad aiutare gli altri, ma non ho potuto andarmene da questo mondo senza farmi aiutare da loro. Lasciarsi aiutare sta a un livello spirituale molto più alto di quello del semplice aiutare. Perchè se aiutare gli altri è bene, essere occasione perchè gli altri ci aiutino è meglio. Sì, la cosa più difficile al mondo è imparare a essere bisognoso.

1L’Osservatore Romano, 5.1.2016, intervista di Silvia Guidi