Il blog di Luciana Coén

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La proposta  di un    intervento al  convegno in ambito socio-psico-sanitario dal titolo Misericordia, compassione e relazione d’aiuto relativamente all’intervento psicologico in oncologia, al quale però non potrò partecipare per impegni familiari, mi ha portato a riflettere e a approfondire il significato di misericordia. Il mio intervento avrebbe dovuto avere come titolo Misericordia: un percorso di vita.

Non mi ero mai soffermata su un tale concetto inserito nella realtà sanitaria-assistenziale alla quale appartengo ormai da tantissimi anni, nella veste di familiare – operatore – utente/cliente.

Non credente nei dettami religiosi prevalenti, riconosco di aver relegato, ignorantemente relegato, la Misericordia in un ambito e con accezione prettamente religioso, presente soprattutto nelle tre religioni monoteiste per le quali D-io è “misericordioso”.

Da questa mancante ignoranza, si è svegliato il desiderio di un approfondimento e di ridurre se non colmare, il vuoto conoscitivo. La domanda che sempre mi si affaccia quando mi imbatto in considerazioni/concetti prevalentemente legati ad una religione, è se vi sia una via “laica”, una modalità non legata alla religione per elaborare, vivere, esperire tali considerazioni/concetti. Da qui è partita la mia ricerca tramite letture di testi, internet, che mi hanno permesso di incontrare altri – ma simili – aspetti di Misericordia. Esiste cioè una misericordia laica, non legata al pensiero, al collegamento con il divino? Ho trovato però poco rispetto ad uno sguardo e considerazione laica, complice anche la mia scarsa abilità in tale tipo di ricerca su internet.

Vivo in una città – Firenze – dove nel XIII secolo [ ] per la prima volta questo concetto fu usato come nome per un ente assistenziale, che nel caso forniva cure gratuite ad ammalati e feriti, e provvedeva alla sepoltura dei morti derelitti. Nome suggestivo, quanto mai calzante, che ebbe una vasta eco – tanto da essere ancora oggi nome di associazioni e confraternite di volontariato che operano nell’ambito dell’assistenza medica. Con un’estensione ulteriore, che è normalmente data per scontata, la misericordia diventa anche l’ambulatorio presso cui tale assistenza è prestata, e perfino sinonimo di ambulanza: quale mezzo è più misericordioso di un mezzo di soccorso. 1 e dove la domanda/affermazione ‘chiamo la misericordia’ significa richiedere un’ambulanza…Misericordia

Si può partire dal significato della parola, facilmente reperibile su internet: “Pietà, compassione che induce al soccorso; nome di confraternite e associazioni con scopi assistenziali; tipo di pugnale con cui si infliggeva la morte ai guerrieri agonizzanti; dal latino misericordia, derivato dall’aggettivo misericors, composto dal tema di miserere aver pietà, e cor cuore.

Una parola consueta e bella, ma vasta e complessa. La misericordia è un versante funzionale di sentimenti quali la pietà e la compassione: non esiste una misericordia intima, che resta ferma e nascosta in cuore. La misericordia è il traboccare di questi sentimenti in un atto di soccorso, in un aiuto concreto rivolto a ciò che suscita pietà. Una condotta autentica, misurata dall’etimologia in una compassione non cerebrale, ma scaturita dal cuore. Mossi da misericordia si accoglie in casa il cane ferito, politici esprimono con sicumera le loro idee prive di misericordia, e la piccola misericordia del fermarsi nel vedere un automobilista in difficoltà può fare una grande differenza. La consuetudine di usare questa parola come invocazione ha aperto l’impiego – per la verità, un po’ rétro – di “Misericordia!” come generica esclamazione di stupore, timore o disappunto. ..

Infine, misericordia fu anche il nome di un tipo di pugnale: lungo, stretto ed estremamente robusto, veniva usato alla fine delle battaglie per dare la morte a soldati e cavalieri agonizzanti, facendolo penetrare negli interstizi dell’armatura fino a toccare il cuore. Una misericordia terribile, estrema declinazione di quel soccorso compassionevole che vorremmo riuscisse sempre a salvare.2

Diverse accezioni, compreso quella del pugnale che pone fine ad un’agonia, con “misericordia”, quindi per lenire o sopprimere una sofferenza. Ma riportato ad una vita nella normalità, quale significato attribuirle?

Le riflessioni scaturiscono dalla testimonianza del mio percorso di vita nel quale è stata inconsapevolmente esperita la misericordia, sentimento, o forse meglio parlare di definizione, sul quale mai mi ero soffermata, concentrata più su altri termini, magari simili.

L’esperienza di human caring3 con mia madre, affetta da sofferenza mentale, sin dai miei 10 anni di età, ha portato alla luce l’attitudine ad accogliere la sofferenza, il disagio dell’Altro, cercando modi per lenirlo e per starci dentro, insieme, cadendo e rialzandosi con la persona in sofferenza.4

La palestra familiare ha forgiato emozioni, muscoli mentali, utili poi per il lavoro svolto, come infermiera – professione di aiuto. Gli esercizi più praticati sono stati l’ascolto, anche del silenzio, lo stare nella situazione di difficoltà, l’affrontare il reciproco dolore.

Restituire quanto appreso nella relazione d’aiuto familiare, a coloro che incontravo nel lavoro, ha richiesto un ulteriore ininterrotto lavoro su di me, per rendere l’approccio verso l’Altro il più pulito – non intaccato dal dolore personale – e calibrato possibile.

L’attraversamento poi del cancro, ha aggiunto un plus valore alla mia vita e al mio lavoro, arricchendomi con doni da restituire agli altri.5

L’ambito professionale nel quale da oltre quindici anni opero, ovvero la formazione del personale socio sanitario, mi ha inoltre stimolato ad approfondire le tematiche emotivo – relazionali da pro-porre all’attenzione dei futuri operatori quali requisiti indispensabili per il servizio a cui si stavano preparando. La condivisione della mia esperienza come malata ha reso più reali e partecipati i momenti in cui era richiesto loro di provare a ascoltare e vivere l’elaborazione di un percorso di malattia.

Quel pochissimo che ho letto, riconduce il più delle volte ad una trascendenza, che mi trova poco incline ad accogliere. Visto che siamo nell’anno del giubileo dedicato alla misericordia, si moltiplicano gli scritti sulla misericordia, sul suo significato e la maggioranza rimanda ad un amore incondizionato verso l’Altro, incondizionato nel senso che non tiene conto della “diversità” dell’Altro, in quanto considerato Persona al di là delle differenze che lo contraddistinguono e lo rendono unico, ovvero l’accento è posto sull’unicità più che sulla diversità e sull’-altro-da-me. E su questo possiamo essere assolutamente concordi. Nelle mie navigazioni su internet, gli approfondimenti che più mi hanno colpito sono quelli “orientali” cioè quelli provenienti dal pensiero buddhista cinese, in particolare della dea KwanYin:

Madre della Guarigione
Madre della misericordia, madre della compassione e della guarigione, onorificenze, queste, che delineano le caratteristiche dell’amatissima dea cinese Kuan Yin o Guanyin.
Guanyin (o Gunanshinyin) è il volto che nel buddismo cinese ha preso Avalokitesvara, il bodhisattva della compassione.
Un passaggio dalla figura maschile a quella femminile assai significativo.

Lei è “Colei che ascolta i lamenti del mondo”, che libera dalle sofferenze. 6

(immagine dea Kwan Yin)

kwan yin

La misericordia (del resto anche in italiano è un sostantivo femminile…) sembra essere quell’insieme di sentimenti del femminile (non necessariamente della persona-donna ma senz’altro prevalente e spesso caratterizzante la persona-donna più della persona-uomo) legati all’accoglienza e al contenimento, alleviamento, lenimento della sofferenza. Ma la persona che per eccellenza fa opera di misericordia è D-io.

Sono caduta con e per la sofferenza di un altro; ho provato a rialzarmi insieme a lui; sono caduta con me stessa; ho sofferto per me stessa; ho accolto un altro che in qualche modo chiedeva aiuto; ho accolto me stessa; sono rimasta in silenzio ascoltando il silenzio dell’altro; ho ascoltato il mio silenzio nel silenzio interiore assoluto; ho perdonato e mi sono perdonata; mi sono sentita inerme, impotente per quello che non ho potuto fare, dire, dare; tutto questo può essere ricondotto al concetto di misericordia? Forse sì, perchè forse il passaggio, sottile ma potente, è dall’Altro – diverso/altro-da me all’Unicità della persona che si ha davanti e della quale accogliamo e accettiamo proprio la sua Unicità che ci permette di riconoscere ed esprimere la nostra Unicità, in un continuo scambio misericordioso, di compassione reciproca. Per questo lo aiutiamo a rialzarsi perchè ci permette di vedere la nostra caduta e ci aiuta a rialzarci; lo ascoltiamo nelle parole e nel silenzio perchè ci permette l’ascolto e il silenzio dentro di noi. Stare dentro la propria unicità (non egocentrica ma segno del nostro esserci, in contatto energetico con particelle prossime) favorisce l’esistere (stare saldo, stabile) e il proiettarsi verso l’Unicità-non-me. Prendersi cura della propria unicità, mantenerla viva e vitale, resistere di fronte alle intemperie della vita, non ceder loro, permette l’uscita dalla propria Unicità verso l’Unicità-non-me. Anche questa, una delle caratteristiche principali dell’essere donna come ha descritto Carol Gilligan7 nel libro in nota. È soltanto attraverso un’etica della cura, del prendersi cura dell’altro – misericordia? – che si esplica la funzione fondamentale dell’essere umano, cioè la relazione, lo stare con gli altri umani.

4 Luciana Coèn, Quel che non sai: figlia e madre insieme nella sofferenza psichica, Zedde Editore Torino 2014
5 Luciana Coèn, Mani sul mio corpo. Diario di una malata di cancro, Editrice Il Punto d’incontro Vicenza 2008

7 Carol Gilligan, La virtù della resistenza: resistere, prendersi cura, non cedere, Moretti&Vitali Bergamo 2014

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