Il blog di Luciana Coén

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Libro di non facile lettura, la narrazione che l’hawaiana trentaquattrenne Caitlin Doughty fa della sua esperienza in un’agenzia funebre stupisce lasciando ancora più aperti quesiti, ataviche riflessioni umane sul senso della vita e della morte.

L’interesse per la morte, per tutto ciò che umanamente religiosamente economicamente ruota intorno alla morte di un essere umano, scaturisce dall’aver assistito alla morte di una ragazzina, caduta da un piano elevato in un centro commerciale. L’autrice aveva solo otto anni, ma la sua riflessione (a posteriori, dopo anni di un disturbo ossessivo compulsivo legato probabilmente alla conseguente paura di morire o, meglio, alla violenta acquisizione della consapevolezza della propria mortalità), si è focalizzata sul fatto che i vivi non entrano più in contatto con i morti, soprattutto i bambini. Il tabù della morte ha sostituito il tabù del sesso.

Il suo interesse si arricchisce degli studi sulle modalità di vivere l’evento morte e la morte, di trattare il cadavere, delle ritualità in vari gruppi etnici, con riferimenti storici scientifici e letterari precisi. Tutto ciò alternato alla narrazione della sua esperienza nell’agenzia funebre dove provvede alle cremazioni, assiste e collabora alle imbalsamazioni, prepara le salme, ritira i cadaveri dagli ospedali, dalle case di riposo, dalle abitazioni private; esperienze che le stimolano riflessioni, desiderio di approfondimento che lei esaudisce volta volta.

Alcune descrizioni particolarmente accurate nei macabri umani dettagli potrebbero creare disagio ma la naturalezza e la leggerezza sottile che le accompagnano, aiutano nella loro lettura e appropriazione. Sembrano algide e sterili descrizioni, molto tecniche, dove l’emotività pare non avere spazio. Ma non è così: l’attenzione dell’autrice è volta ad accompagnare il lettore dentro una realtà, un mondo (la composizione della salma vs la decomposizione naturale e fisiologica dell’essere umano morto) dalla quale ormai da decenni, nelle società civilizzate e sviluppate, ci siamo allontanati. La consapevolezza che questo nostro modo di (non) stare con la morte e con i morti reca in sé un sentimento, un’emozione di maggiore attenzione e percezione dei moti d’animo della persona verso il defunto e di chi se ne occupa. Per cui troviamo la delicatezza con cui viene lavato un cadavere vs la violenza con cui si prepara per l’imbalsamazione, l’attenzione al tempo e ai desideri dei parenti nel salutare/preparare il proprio caro. Talvolta c’è il pianto -inspiegabile apparentemente- di fronte ad una salma; il tutto a dimostrare che al di là del mero lavoro tecnico rimane il riconoscimento della vita, della storia del morto. Per l’autrice, avere a che fare quotidianamente con la morte e i morti, ha accresciuto il suo ringraziamento per la vita e l’apprezzamento per tutto ciò che questa ogni giorno le porge.

Riporto alcuni passaggi per me significativi e stimoli di riflessione.

Le reti di significato, riprendendo l’antropolog Geertz (pag. 74), riferite ai rituali che un gruppo etnico attua per il morto che possono sembrare osceni per un altro gruppo, vedi cannibalismo in alcuni gruppi.

Scrive l’autrice con una metafora suggestiva: «Fin dalla nascita, la nostra specifica cultura ci inculca quale sia la morte ‘ideale’, e cosa sia ‘appropriato’ e ‘rispettabile’. Sfuggire ai nostri preconcetti in questo ambito è impossibile. Anche se ci consideriamo persone di mentalità aperta, siamo sempre prigionieri delle nostre convinzioni culturali. È come se provassimo ad attraversare un bosco in cui dei ragni hanno teso le loro ragnatele tra gli alberi per tutta la notte. Riusciremmo a vedere in lontananza la nostra destinazione finale ma, se tentassimo di avvicinarci alla meta, saremmo trattenuti dalle ragnatele che ci si sono appiccicate alla faccia e ci sono finite maldestramente in bocca. Sono queste ‘reti di significato’ che rendono così difficile per gli occidentali comprendere il cannibalismo dei wari

Un altro interessante passaggio è relativo al concetto di ecocompatibilità della morte, ovvero la sepoltura naturale, già attiva in alcune parti dell’America: (pag.166) « Il corpo finisce direttamente nel terreno, in un semplice sudario biodegradabile, e una pietra sta a indicare il punto esatto in cui è stato inumato. In questo modo, la salma passa velocemente e senza problemi attraverso il processo di decomposizione, liberando i suoi atomi nell’universo per creare nuova vita. Non solo la sepoltura naturale è di gran lunga il modo più ecocompatibile di morire, ma agisce sia sulla paura della frammentazione sia su quella di perdere il controllo. Scegliendo di ritornare alla natura, è come se dicessimo al mondo: “Io sono consapevole di essere una massa di materia organica inerme e frammentaria, ma voglio celebrare questa mia condizione! Viva la decomposizione!” ».

Un’altra interessante considerazione è legata al ruolo della donna nella morte soprattutto quando le morti erano private, poiché avvenivano tra le mura domestiche.

(pag. 172) « Erano loro [le donne] a preparare da mangiare, a fare il bucato, e a lavarne i corpi. Per molti versi, le donne sono le compagne naturali della morte….Samuel Beckett ha scritto che le donne “partoriscono a cavallo di una tomba” …»

Non aggiungo altro per lasciare viva la curiosità di leggerlo; concludo con le parole dell’autrice con cui apre il testo nella sua nota a pag. 10:

«La morte anima ogni singola spinta creativa e distruttiva che alberga nell’essere umano. Prima arriveremo a capirlo, e prima arriveremo a capire noi stessi.»

fumo negli occhi

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Fatti di acqua

immersi nel grembo materno

pregno di acqua

morirono in acqua.

 

Hanno insegnato

a non guardare gli occhi

a girarli a pancia in giù

appena recuperano i corpi.

Gli occhi

-potrebbero essere aperti

pieni di acqua marina

blu profondo

e ancora guardarci

chiederci dalla vitrea pupilla

una parola

una mano

un aiuto;

il volto

potrebbe essersi congelato

nell’ultimo sorriso

o nell’ultimo spasimo

del grido perso

in quella marea di acqua

-ne riempì la bocca

salmastro puro

e rimase aperta

sulla spettrale gola

i denti bianchi

fulgidi

nel blu petrolio

del mare.

Non vanno guardati

– quegli occhi

quei volti

sono gonfi

di domande liquide

e noi,

noi

non abbiamo risposte.

Neanche un nome

possiamo restituire loro;

neanche talvolta

ricomporre il corpo.

Solo districarli

e riportarli

alla luce asciutta

della terra agognata

grondanti

di un dolore infinito

di lacrime liquide.

 


 

ciao Franco

(27.7.1954-16.10.2017)

 

Risultati immagini per franco bucca psichiatra

http://www.lemurate.it/?p=16954

 

ci ritroveremo in altri pascoli,

con il tuo sguardo verde penetrante, profondo,

le tue mani calde, le tue parole e la tua bella persona

ricordando gli anni del liceo, dei giorni trascorsi insieme,

a studiare, scherzare…


Ci sono filamenti di tempo

-onde che tornano

talvolta sommergono

impigliati in alghe

profonde limacciose-

in cui la tua assenza

si palesa a me

con una richiesta

che preme dalle viscere

sale agli occhi

annebbia la vista

oscura la voce.

 

Il tuo perdono

-che si rinnovi,

il tuo perdono-

ancora

e ancora

e ancora

infinitamente ancora.

 

Per  averti

appena sfiorata

-lieve calda carezza-

com- presa

accolta.

 

Per il perderci

nei rumori quotidiani

annientando

il soffermarmi

ad ascoltare

il soffio del tuo cuore

sanguinante

l’alito della tua anima

dolente.

 

Ancora oggi

perdono

con tutta

l’amorevole rabbia

vivente.