Il blog di Luciana Coén

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E’ ora di chiudere la porta

prima che il gelo

imbeva le mura.

La notte incespica

negli ultimi ritagli di luce;

poi, raddrizzata,

li sovrasta e li spegne.

La finestra aperta

accoglie le stelle

-sorridono-

e il cono lunare

illumina i volti amati.

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Forse leggerà

nel chiarore di un’alba

i piedi umidi di rugiada

lo sguardo all’orizzonte

verso la luce che prorompe.

Vane sono oramai

le parole

-qualsiasi siano-

volano via appena

sfiorano terra

eteree inconsistenti

nell’amore

che più non è.


Incateno le parole

– le parole incatenano me –

prigioniere dei sensi

e dei pensieri.

Una dietro l’altra

in un ordine

apparentemente rigoroso

immerse in una caotica realtà

si liberano,

agli occhi attenti e curiosi

del lettore

– scardina la catena

anello dopo anello

scardina me –

e le fa sue.

 

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Non camminò sulle acque,

l’amore

-o le acque non si aprirono-

per porgergli la terra

sotto i piedi.

Inabissato nell’abisso interiore

solo nell’assoluta solitudine

del solo

ancora vola

-aquilone dal filo dispiegato

in attesa delle dita

che lo riavvolgano

e ne orienti l’ascesa.

 

 


Morto

sprofondato in un recesso

inaccessibile ormai al mio cuore

non avrai più alcuna altra

resurrezione

-non possiedi il bene alato

dell’anima pura.

Libera dall’abbraccio costringente

da parole edentule falsamente vere

leggera senza il tuo piombo

andrò,

viva

e fino all’ultimo respiro

addio.