Il blog di Luciana Coén

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Incateno le parole

– le parole incatenano me –

prigioniere dei sensi

e dei pensieri.

Una dietro l’altra

in un ordine

apparentemente rigoroso

immerse in una caotica realtà

si liberano,

agli occhi attenti e curiosi

del lettore

– scardina la catena

anello dopo anello

scardina me –

e le fa sue.

 

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Non camminò sulle acque,

l’amore

-o le acque non si aprirono-

per porgergli la terra

sotto i piedi.

Inabissato nell’abisso interiore

solo nell’assoluta solitudine

del solo

ancora vola

-aquilone dal filo dispiegato

in attesa delle dita

che lo riavvolgano

e ne orienti l’ascesa.

 

 


Morto

sprofondato in un recesso

inaccessibile ormai al mio cuore

non avrai più alcuna altra

resurrezione

-non possiedi il bene alato

dell’anima pura.

Libera dall’abbraccio costringente

da parole edentule falsamente vere

leggera senza il tuo piombo

andrò,

viva

e fino all’ultimo respiro

addio.


Ex

Amarci

tenera fatalità.

 

Lasciarci

dolorosa necessità.

 

Incogniti incedono i giorni.

 

Troverò pace e riposo

nell’essere stata (forse)

amata

e mai (forse) intimamente

accolta

conosciuta.

 

Pennellate lievi sfumano

la luce i colori.


Perdi le albe

il raggio di sole

quando sfora le nuvole

quando restituisce luce al giorno

verde ravvivato agli alberi

canto agli uccelli risvegliati.

 

Perdo la notte

vissuta nelle strade

dalle luci soffuse

nella penombra degli alberi

nei corpi sfatti di sonno

e di altre vite con-fuse

nel buio.

 

Perdiamo giorni

perdiamo notti

insieme

perdiamo incontri

nel mancarsi

chiusi nelle proprie albe

e nelle proprie notti.