Il blog di Luciana Coén

Archivi categoria: racconto

tornoperungiorno_copertina

 

in uscita nei prossimi giorni….

grazie a Rosella per l’acquerello di copertina, grazie a Marta per la prefazione

 

 

buona lettura!!!

 

 

Annunci

http://www.premiomontalefuoridicasa.it/concorsi-2017/

 

finalista con il breve racconto Come un uccellino…31 maggio 2017


Quasi l’una. Il caldo si fa sentire ormai da qualche giorno. Si cerca l’ombra sotto la pensilina in attesa del bussino. Una donna dai capelli crespi e il carnato scuro; una donna dai capelli grigi, carnato olivastro; una giovane coppia con un bambino di circa 9-10 mesi in una carrozzina che si tira su a sedere molto velocemente e con agilità e strepita quando viene rimesso supino. Quando riesce, si mette in piedi, reggendosi alla capotte della carrozzina. La madre, giovane dalle  unte lunghe trecce nere fermate insieme in fondo da un elastico colorato, la gonna lunga plissettata, maglietta rosa fuxia; il padre carnato scuro, tutti e tre con occhi neri carbone ardente.

Arriva il bussino, saliamo tutti insieme, la madre, sedutasi, prende in braccio il bimbo, lo accomoda sulle ginocchia e assistiamo ad una scenetta fuori tempo. Ha inizio un rituale antico che da noi è stato sostituito da omogeneizzati e omogeneizzatori, da frullati e frullatori, da macinate e tritatutto. Prende un barattolino che sembra un gelato; penso ma guarda ancora così piccolo e gli da il gelato, senza pensare che con il caldo sarebbe già stato sciolto…toglie il coperchio e un odore di cibo fritto si diffonde nello spazio ristretto del mezzo. Prima compaiono delle fette di pane ammorbidite (ammollate con acqua?) che mette nella carrozzina; poi prende il cibo, che alla fine si rivelerà patate a fiammifero fritte, ne mette in bocca un paio con un pezzo di pane, lo riduce ad un bolo masticandolo bene per qualche secondo, se lo leva di bocca e lo introduce in quella del bambino. Come fosse un uccellino. La madre ogni tanto si pulisce le dita sulla gonna. La scenetta va avanti finchè il piccolo non appare sazio. Il barattolino-gelato viene richiuso e gettato sul cestino portatutto sotto la carrozzina. Si tira fuori il biberon per bere e poi lo si getta nella carrozzina. Il bimbo viene passato al padre che ci gioca, lo bacia finchè non evacua nel pannolino, lasciato molto lente. L’odore delle feci, come prima quello del fritto, si diffonde ancora una volta nello spazio ristretto. Il padre appena se ne accorge ripassa il bimbo alla madre, annusandosi per controllare che l’odore non si sia impregnato nei vestiti. La madre tiene il bimbo in collo, con poca attenzione, dopo aver verificato la reale presenza delle feci. Dopo poco la  famigliola scende. La palina della fermata dell’autobus ha un cestino attaccato e allora la madre vi si avvicina con il bimbo in collo, allarga il pannolino all’altezza dell’inguine e fa scivolare tra i rifiuti tre pezzettini di feci ben formate. Tranquilli, riprendono il loro cammino.

Non rimane che sorridere, quasi estasiati e raddolciti dalla naturalezza “primordiale” dell’attenzione genitoriale e materna, gran parte persa oggi, e riconoscenti per aver vissuto un incontro reale, senza cellulari smartphone o altro marchingegno frapposto fra me e l’altro/gli altri.

Non rimane infine che ringraziare per il dono ricevuto.


Esercizi di pace

Ci sono incontri che avvengono nostro malgrado, a nostra insaputa, la cui natura e spiritualità si svela dopo che il corpo a corpo è avvenuto, dopo che il suo secondamento è stato, trascinati dolcemente dalla corrente dello scorrere/fluire nella nostra vita.

Cambia casa.

Trasloca e attacca il cartellino con il cognome sul campanello.

È un cognome insolito che la accompagna da sempre insieme alla frequente domanda: è straniera? Da dove viene? E solita è la risposta: origine ebraica. Riaffiora la paura, instillata sin da piccola, quando la madre paventava l’eventualità che qualcosa potesse succedere ai suoi figli con quel cognome di origine ebraica.

Le appartiene questa diversità del cognome non comune che qualche volta ha creato difficoltà, distanza. Come se il cognome identificasse, catalogasse la persona dentro un gruppo di appartenenza, impedendone talvolta l’effettiva e concreta conoscenza. Fortunatamente sono rare queste occasioni.

Il rispetto nasce dal riconoscimento dell’Altro, indipendentemente dalla sua origine o provenienza; sono fondamentali la curiosità, il desiderio per l’incontro dell’Altro.

Il primo incontro è avvenuto tra profumi di detersivo, lavatrici, piumoni da lavare, un luogo dove l’atto di lavare indumenti e arredi fa incontrare, unire e conoscere attraverso le necessità quotidiane. Un breve saluto iniziale e il reciproco riconoscimento.

Angela Finocchiaro era andata via da poco, dopo aver partecipato al ballo di one billion rising il 14 febbraio, che lei era arrivata e da lontano l’aveva salutata, lasciandola perplessa per la sua presenza in piazza.

La musica del fortepiano ha fatto da sottofondo all’incontro successivo, casuale anch’esso, un faccia a faccia di stupore e sorpresa reciproca. La conoscenza si approfondiva, insinuandosi dolcemente nella vita dell’altra.

Poi l’incontro più sorprendente per il contesto in cui è avvenuto: lei di origine ebraica che partecipa alla presentazione del libro del giornalista scrittore palestinese Ghassan Kanafani ucciso dal Mossad a Beirut nel 1972. Ancora un faccia a faccia, stavolta con lo stupore stampatovi sopra e la domanda sottesa: ma come, viene in un luogo a connotazione prevalentemente filopalestinese? Non ha paura? Espressa in maniera neutra: sei interessata, lo conosci?

Lei non colse nulla dei sentimenti dell’altra, rispose raccontando il suo recente interesse per la storia e letteratura palestinese, dopo aver letto letteratura israeliana, alla ricerca delle proprie similitudini con l’origine di appartenenza ereditata.

Tornata a casa, decise di approfondire la conoscenza della condòmina, scese le scale, donandole i suoi scritti. Accolta in casa, conversarono, trovando punti di contatto nelle loro storie di vita.

Nonostante abitino nello stesso palazzo, la quotidianità non permette incontri, ma, stranamente, i loro incontri avvengono sempre al di fuori della casa, in situazioni casuali. L’ultimo, per strada, al ritorno dal lavoro e mentre lei andava ad un concerto d’organo. Le dice di aver letto i suoi scritti e di averne colto il coraggio per averglieli donati mentre ancora non è riuscita a salire le scale per parlarle e dirle le sue impressioni. Riescono a darsi un appuntamento, a casa stavolta, dedicandosi uno spazio nelle loro giornate.

Così racconta:

Quando ho visto il cognome sul campanello, ho avuto un moto di stizza, io filopalestinese e tu sopra, di origine ebraica…poi l’incontro in lavanderia, gli altri incontri fino alla presentazione del libro palestinese dove la tua presenza mi ha imbarazzato, sconvolto, perché la ritenevo inopportuna, quasi pericolosa per te, fuori luogo per le tue origini. Il giorno dopo mi hai portato i tuoi scritti, nelle chiacchierate successive sono emerse comunanze nella nostra storia e mi sono ritrovata a fare un esercizio con me stessa. Mi credevo aperta, senza pregiudizi, accogliente verso tutti e invece con te davanti, mi sono ritrovata a fare i conti con la mia ombra nella quale residuano e abitano pregiudizi, preconcetti rendendo complesso l’incontro. Ripensando al momento in cui sei arrivata ad abitare sopra di me, le situazioni in cui ci siamo riviste in seguito, c’è un filo sottile che indica, segue un percorso di avvicinamento fino ad un incontro più intimo, aperto, accresciuto dalla curiosità reciproca.

L’universo, o chi per lui, ti ha mandato a me per farmi lavorare su questa mia ombra, per farmi fare esercizi di pace.”

Lei sorride, partecipa al percorso. Lei non ha percepito sentimenti negativi, contrastati che l’altra viveva. Ha invece sentito movimenti di avvicinamento. Sorride, forse quasi gratificata dall’occasione creata e accolta completamente, come fosse un elemento di-rompente nella vita altrui, già era successo.

Rientrata a casa, ripensa agli eventi. Alterna un sorriso a tristezza, quando si affaccia la difficoltà a portarsi dietro un cognome insolito, a conviverci. Tristezza per quanto ancora sia forte il preconcetto rispetto ad una persona, legato alle apparenze, alla forma più che non alla reale sua conoscenza. A conferma, purtroppo, di come la mente umana sia costruita su categorie e abbia bisogno di catalogazione, schematismi dando pochissimo spazio all’intuizione e percezione emotiva, a quel sentire di pelle e con il cuore che caratterizza maggiormente il primo contatto/incontro con l’Altro, dove il corpo, la fisicità, l’umoralità, l’odorato hanno la meglio sulle rappresentazioni mentali precostituite, se viene accolto il loro esserci e sentire.

Essere al tempo stesso origine di una riflessione su sè e oggetto di un pregiudizievole razzismo rimette in primo piano difficoltà che credeva superate, relegate ad un passato ormai lontano e la lascia perciò stupita, perplessa. Al tempo stesso prevale la positività costruttiva insita nella criticità perchè tutte e due le donne sono entrate partecipi, consapevoli, nel gioco dell’Altra, hanno accettato il rischio, senza trincerarsi dietro al proprio sé pre-costituito e costruito, aprendosi all’accoglienza dell’altrui diversità reciprocamente, inglobando anche il pregiudizio dell’Altra senza chiudersi in un atteggiamento offeso-difensivo.

Un esercizio di pace scambievole.

Di accoglienza della diversità e dono per l’Altra; di superamento degli schemi mentali legati ad un pregiudizio.

Niente è permanente tranne il cambiamento”, diceva una psichiatra ad un convegno.

La pace che può derivare solo dal rispetto, inscindibile dal riconoscimento dell’Altro – da – me, è alla base del cambiamento insito e indispensabile in ognuno di noi per partecipare alla continua crescita ed evoluzione dell’umanità.

Gli schemi che costruiamo nella nostra mente (maschio, femmina, filopalestinese, filoisraeliano, rosso, nero….) operano una insana generalizzazione che impedisce di vedere l’unicità dell’Altro e riduce, limitandolo, il moto di curiosità verso di lui.

Tornano alla mente le riflessioni del medico palestinese Izzeldin Abuelaish quando nel libro autobiografico “Non odierò” narra dell’esercizio di pazienza e di pace che fa nelle lunghe attese ai check point di Gaza per andare a lavorare in un ospedale israeliano, cercando di non generalizzare il comportamento inadeguato di “un” (quello solo) funzionario o soldato israeliano con “tutti” (tutto il popolo israeliano o tutti gli ebrei), perché a fronte di qualche israeliano ostile, ha conosciuto numerosi israeliani con i quali ha condiviso esperienze di vita e professionali e idee ed azioni di pace.

L’origine è la persona e non la categoria in cui la nostra mente l’ha collocata, catalogata, inquadrata.

Un esercizio di pace notevole de-strutturare, de-frammentare l’hard disk della nostra testa, ma indispensabile per ri-volgere lo sguardo, il cuore, l’anima verso chi ci sta accanto, ci è prossimo.

Riconoscere le opportunità che ci arrivano dal vivere quotidiano per mettere in pratica ciò che predichiamo a più alti livelli è un altro esercizio di pace per sperimentare nella vita e sulla propria pelle la com-prensione e accoglimento dell’Altro-da-me.


è arrivato l’ultimo nato, una serie di racconti brevi a tema una  “stanza”

acquistabile on line presso l’editore http://www.zedde.com

buona lettura!!!

 

cover_stanza (1)