Il blog di Luciana Coén

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L’UOMO DELL’OMBRELLO O DEI PICCIONI O DELLA PANCHINA (racconto: proprietà riservata)

C’era una volta un signore…ma perchè una volta sola e non tutte le volte che voglio o che voleva il signore?

Ricominciamo: il signore tutte le volte che volevamo o voleva lui, aveva un ombrello.

Qualche volta lo usa soprattutto se piove ma anche nelle giornate di pieno sole e calde, per ripararsi dall’acqua e dal caldo. Ma la storia non inizia qui.

Il sole buca la notte. E la tenda. Riapre il giorno. Gesti meticolosi, attenti, amorevoli piegano con cura le coperte. Mani delicate, spesse, nodose, le accompagnano sulla panchina. La tenda viene smontata, i cartoni su cui era stata appoggiata la sera prima, sfilati e sistemati sotto la panchina. Asciugamani accuratamente piegati vengono impilati in ordine decrescente sulle coperte: il più grande sotto e via via quelli più piccoli, in ordine di grandezza. Appare una valigia. La tenda sembra la borsa di Mary Poppins da quante cose contiene, pur essendo un igloo da due posti celeste, che fagocita coperte e asciugamani. Da un’altra borsa più piccola esce un cambio, pantalone e maglietta. Un grande sacco nero accoglie la tenda. In silenzio, il signore ripone il suo mondo in perfetto ordine accanto all’albero e siede sulla panchina in quel fazzoletto di giardino al semaforo tra due strade, due grandi tigli a proteggerla e ripararla. L’ombrello chiuso disteso sull’erba, sotto di lui. Attende. Il giorno avanza, il sole riscalda, le auto aumentano sempre più, le persone rallentano davanti all’uomo seduto sulla panchina, uno sguardo interrogativo perplesso ma poi riprendono svelti il loro cammino. Ogni tanto il signore si alza, attraversa la strada, timoroso si avvicina alle auto che sostano al semaforo in attesa del verde, una moneta viene calata sulla sua timida mano. Un breve, accennato appena, inchino del corpo asciutto e fragile, ringrazia. Poi torna sulla sua panchina, all’ombra.

Ogni giorno, per tanti giorni, tutte le volte che vuole e che vogliamo: la sera monta la tenda, sistema dentro tutte le sue cose, si infila dentro e dorme fino al mattino, dal tramonto all’alba. Bello o brutto tempo che sia, ogni giorno è così per lui.

Oggi piove. Anche stanotte ha piovuto, violenti acquazzoni. Poi, sul mattino, quando ha cessato un po’ la pioggia, il signore è uscito dalla tenda e ha ripetuto i suoi gesti, con più cura per coprire bene la roba che tirava fuori perchè non si bagnasse. La tenda è rimasta montata, nel caso che un raggio di sole avesse potuto asciugarla. Ma il sole, oggi, pare non aver voglia di alzarsi, le nuvole continuano a rincorrersi nel cielo.

Sembra l’uomo dell’ombrello di Folon.

folon ombrello

Seduto sulla panchina, con l’ombrello rosso, grande aperto e la pioggia che scende incessante per ore. Lui immobile lì sotto. Le sue cose accuratamente ripiegate e coperte, protette sotto la panchina, tentativo forse inutile.

Come passerà la notte, sotto la tenda bagnata sul terreno fradicio e le coperte e gli abiti molli?

Dalle auto ferme, qualche volto si gira verso il signore con l’ombrello aperto; qualcuno è tentato di aprire lo sportello e farlo salire in auto, portarlo via. Ma dove? Il signore sulla panchina serafico sorride, sereno sotto il suo ombrello che scroscia di pioggia e sembra incurante delle gocce spesse di acqua che gli arrivano schizzando. Anzi, ogni tanto allunga il braccio libero per accogliere nella sua mano dalle dita nodose quel che arriva dal cielo e dagli alberi quando il vento ne scuote i rami e le foglie.

Un giorno senza pioggia, il signore si era alzato dalla panchina, aveva attraversato la strada e tranquillo stava vicino al semaforo. Una signora gli si avvicinò e lui sorrise, scoprendo gengive con soli due, tre denti. Il corpo era asciutto, il viso solcato da rughe, come di chi ha vissuto all’aria aperta, arso dal sole, un sorriso franco. Parlava un’altra lingua, a mala pena capiva la lingua del paese in cui era arrivato. Si chiamava Sever Dudu, ma non seppe dire altro, né come o perchè o quando avesse raggiunto quel fazzoletto di giardino lontano dalla sua casa e terra né se vi fosse arrivato da solo.

Non infastidiva nessuno.

E tornò alla sua panchina, alla sua tenda, ai suoi soliti giorni. Per tutte le volte che voleva.

folon panchina

Un giorno, a fine pomeriggio, aspettava al capolinea dell’autobus, con una borsa spesa piena di quel poco che usava quando veniva alla panchina: una bottiglia di bibita, le patatine, il cuscino per la panchina, le sigarette, l’ombrello. Appena incurvate le spalle, asciuttissimo il corpo, quasi un uscio visto di profilo, pulitissimo, pantaloni blu con la piega e maglietta blu. Tutto ben stirato, tenuto. Il viso con quel sorriso stampato, forse una smorfia di stupore, perplessità per questa vita che continuava a ripetere ogni giorno, uguale a sé stessa e al giorno prima. Tornare sempre lì, dove ormai i residenti lo conoscevano, i cani lo annusavano scodinzolanti, i piccioni aspettavano il suo arrivo per coglierne le briciole. E lui, puntuale tornava ogni mattina, appena sorto il sole e andava appena iniziava a tramontare. Quale vita ha lasciato? Chi, cosa ha lasciato nel suo paese? Cosa ha trovato qui, oltre alla panchina e a quel fazzoletto di verde che lo accoglie ogni giorno? Domande aperte, nessuna risposta arriva. Chissà se ha imparato qualche parola nella nostra lingua, se riesce a comporre una frase, a dialogare. Chissà…quanto starà ancora, se l’autunno con le sue piogge lo troverà ancora lì, a bagnarsi e poi il freddo…e la sua tenda? Dove sarà? La monterà di nuovo? Intanto cerca l’ombra sotto il tiglio e insieme all’ombra si sposta, fino a sedersi ancora sulla panchina, quando il sole avrà smesso di ustionarla.

L’uomo sulla panchina da qualche giorno ha una compagna. È successo così. Lui per qualche giorno non è venuto: al suo posto una donna, forse settantenne, forse della stessa indefinita età, capelli giallo paglierino grigio raccolti in una coda, pantaloni maglietta arancione, con tre valige nere, una coltre, ha occupato la panchina. Una sera è arrivata, circondata dai suoi bagagli, ha disteso la coltre sulla panchina, si è seduta ed ha atteso il buio con un libro in mano. Poi, quando la notte è calata, si è distesa e ha dormito. La mattina è andata via, per tornare il pomeriggio. I giorni successivi non è più andata via, è rimasta tutto il giorno accanto ai suoi bagagli e tutti insieme si spostavano dove l’ombra avanzava, scostandosi dal sole e dalla calura potente. Il terzo giorno è riapparso lui. Si è seduto accanto a lei. Tutti e due puliti, ben pettinati, gli abiti in ordine. Forse si sono detti qualche parola, forse no. Hanno solo atteso insieme che il giorno passasse, hanno condiviso nel silenzio lo svolgersi delle ore di un giorno qualunque fra le auto e le persone qualunque che transitavano sotto i loro occhi incuranti di una vita qualunque. Lui la sera andava via, forse si auguravano la buonanotte. Lei si distendeva sulla coltre. Al mattino lui tornava, lei era già sveglia, seduta sulla panchina. Forse lo aspettava. Forse aspettavano insieme l’andare di un altro giorno qualunque. Il caldo avanzava. Lei era lì, pulita, cambiava gli abiti e non sapevi dove. Forse nell’albeggiare, quando la luce è ancora nella penombra e avanza dolcemente per non ferire gli occhi pieni di sonno e di buio. Una casa, ha perso la sua casa o forse non trova più la strada o forse ha chiuso una vita, infilato in tre valige nere i suoi ricordi essenziali ed è partita.

È un altro qualunque caldo pomeriggio quando un uomo prende le sue valige e la fa salire su un auto, verso un’altra sconosciuta destinazione qualunque.

La panchina adesso è vuota. È caldo, molto caldo.

Domani forse tornerà l’uomo e chissà forse anche la donna.

In un giorno qualunque.

In un giorno qualunque la donna che aveva tentato di conoscerlo, lo ritrova seduto sull’autobus che di solito prende. Un sorriso aperto, quasi ingenuo, infantile sulle labbra, la sua borsa sempre con sé, ai piedi. Quel corpo, ripiegato un po’ in avanti, visto così da vicino, magro, non un filo di grasso nell’addome, non una maniglia dell’amore. Sorride, sempre, guardandosi intorno, chissà se ha imparato qualche parola della nostra lingua. Non vede a quale fermata scende, avverte solo la seduta vuota. Silenziosamente così come appare, se ne va.

Un uomo qualunque, in un giorno qualunque, su un transito qualunque, una vita qualunque. Dentro la nostra vita qualunque.

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mercoledì 21 marzo ore 11.00 presso Facoltà Avventista di Teologia – Firenze

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si prosegue il 24 marzo ore 10.00 alla Biblioteca Oblate a Firenze

locandina oblate

 

e si finisce il 27 marzo ore 21.00 presso la Biblioteca Comunale San Casciano V. Pesa

con gli acquerelli di Rosella Borghi

 

locandina

 

grazie!


tornoperungiorno_copertina

 

in uscita nei prossimi giorni….

grazie a Rosella per l’acquerello di copertina, grazie a Marta per la prefazione

 

 

buona lettura!!!

 

 


http://www.premiomontalefuoridicasa.it/concorsi-2017/

 

finalista con il breve racconto Come un uccellino…31 maggio 2017


Quasi l’una. Il caldo si fa sentire ormai da qualche giorno. Si cerca l’ombra sotto la pensilina in attesa del bussino. Una donna dai capelli crespi e il carnato scuro; una donna dai capelli grigi, carnato olivastro; una giovane coppia con un bambino di circa 9-10 mesi in una carrozzina che si tira su a sedere molto velocemente e con agilità e strepita quando viene rimesso supino. Quando riesce, si mette in piedi, reggendosi alla capotte della carrozzina. La madre, giovane dalle  unte lunghe trecce nere fermate insieme in fondo da un elastico colorato, la gonna lunga plissettata, maglietta rosa fuxia; il padre carnato scuro, tutti e tre con occhi neri carbone ardente.

Arriva il bussino, saliamo tutti insieme, la madre, sedutasi, prende in braccio il bimbo, lo accomoda sulle ginocchia e assistiamo ad una scenetta fuori tempo. Ha inizio un rituale antico che da noi è stato sostituito da omogeneizzati e omogeneizzatori, da frullati e frullatori, da macinate e tritatutto. Prende un barattolino che sembra un gelato; penso ma guarda ancora così piccolo e gli da il gelato, senza pensare che con il caldo sarebbe già stato sciolto…toglie il coperchio e un odore di cibo fritto si diffonde nello spazio ristretto del mezzo. Prima compaiono delle fette di pane ammorbidite (ammollate con acqua?) che mette nella carrozzina; poi prende il cibo, che alla fine si rivelerà patate a fiammifero fritte, ne mette in bocca un paio con un pezzo di pane, lo riduce ad un bolo masticandolo bene per qualche secondo, se lo leva di bocca e lo introduce in quella del bambino. Come fosse un uccellino. La madre ogni tanto si pulisce le dita sulla gonna. La scenetta va avanti finchè il piccolo non appare sazio. Il barattolino-gelato viene richiuso e gettato sul cestino portatutto sotto la carrozzina. Si tira fuori il biberon per bere e poi lo si getta nella carrozzina. Il bimbo viene passato al padre che ci gioca, lo bacia finchè non evacua nel pannolino, lasciato molto lente. L’odore delle feci, come prima quello del fritto, si diffonde ancora una volta nello spazio ristretto. Il padre appena se ne accorge ripassa il bimbo alla madre, annusandosi per controllare che l’odore non si sia impregnato nei vestiti. La madre tiene il bimbo in collo, con poca attenzione, dopo aver verificato la reale presenza delle feci. Dopo poco la  famigliola scende. La palina della fermata dell’autobus ha un cestino attaccato e allora la madre vi si avvicina con il bimbo in collo, allarga il pannolino all’altezza dell’inguine e fa scivolare tra i rifiuti tre pezzettini di feci ben formate. Tranquilli, riprendono il loro cammino.

Non rimane che sorridere, quasi estasiati e raddolciti dalla naturalezza “primordiale” dell’attenzione genitoriale e materna, gran parte persa oggi, e riconoscenti per aver vissuto un incontro reale, senza cellulari smartphone o altro marchingegno frapposto fra me e l’altro/gli altri.

Non rimane infine che ringraziare per il dono ricevuto.