Il blog di Luciana Coén

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fotografia di Herbert List dal blog http://www.alessandrasarchi.it/storie_di_corpi/

Con il corpo

parli di un dolore

che non può più

essere taciuto

e cerca casa.

Accoglilo, liberalo

liberando te stessa.

Liberati anche del dolore

che non è tuo,

neanche come persona

-donna-madre-compagna.

Abbi cura di te.

Semplicemente

prenditi cura di te,

solo di te,

per ora,

finchè il tempo

lo addomesticherà

e lo abiterà

nell’antro piumato

del tuo cuore.

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Sento il lutto avanzare

impigliarsi nei fili

dei ricordi

attorcigliarsi

nella sfilacciatura

delle ciglia

mentre lacrime

ammorbidiscono la pelle.

 

Cercare la voce

le parole

il lenimento

nella tua assenza.

 

Una nuova musica

traspare

dai filamenti

che lasciasti

in quel pieno

di corpi doloranti

che ascoltavi

e fecondavi

con la tua presenza.


Leggo nei tuoi occhi

una sofferenza trafiggente

 

mi avvicino

tiri fuori gli artigli

graffi

 

fare un passo indietro

non resta altro

e attendere

che l’onda dolente

violenta

si attenui

e addolcisca il tuo sguardo.

 

graffio


Dove avverto mancanza, vuoto, forse una volta c’è stato un pieno.
E allora, rivolgerci al pieno, anziché stazionare nel vuoto, riportare a galla frammenti del pieno per depotenziare, detronizzare il vuoto che vuole albergarci, abitarci dentro.
In realtà, nell’universo il vuoto non dovrebbe esistere, perchè siamo veramente interconnessi, collegati l’uno all’altro – vivente o meno – in una soluzione di continuità e contiguità e anche se esiste una frattura, una discontinuità, le cellule, gli esseri si attivano per ripararsi e riconnettersi.
Forse si modificano le connessioni e le difficoltà-impossibilità a vederle, riconoscerle, accoglierle, ce le fa vivere come vuoto, spazio disabitato.

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Probabilmente è qualcosa che al momento ci appare ignoto, sconosciuto.
In fondo, una volta conosciuto, tastato, assaporato, abitato, il vuoto si restringe, perde il senso di estraneità, di vacuità, di paura, di fagia-inglobamento e ci appartiene, come un dolore contenuto in un’urna e divenuta il riempimento di un qualcosa che non è più come lo abbiamo vissuto fino ad allora ma che esiste altrove in altra forma, in altre sembianze.


In un sacro silenzio

accosto dolcemente la porta.

Un fascio di luce

illumina ancora la stanza.

La gobba di una mezza luna

poggia sulla terra.

 

Una nota

musica lo stupore:

il sole buca le nuvole

la nebbia mattutina

-tinge di verde ambrato

l’autunno.

 

Trovate spazio

nel cammino del dolore,

lacrime,

per sgorgare

e sciogliere

la dura patina

che vi impedisce.

Il dolore poi

allenterà la sua morsa

-raggi di luce

sprazzi di gioia

la bellezza nutrirà.

Anche dentro una fine

anche dentro una profonda tristezza

anche dentro una lacrima.