Il blog di Luciana Coén

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A. B.

5 MontepaldiDivX_Moment - Copia

Ricordi amorevoli da Montepaldi
(San Casciano Val di Pesa – Firenze)

 

Annunziata ha 95 anni, ha vissuto tutta la vita, dalla nascita al pensionamento, al servizio dei padroni di Villa Montepaldi, succedutisi nel tempo. Ora risiede in una residenza per anziani, costruita sul terreno che lei ha curato e coltivato.  Il desiderio di raccontare la sua vita è stato esaudito e la sua testimonianza stampata sul libretto “Ricordi amorevoli da Montepaldi”. Dopo averle donato il libretto, è arrivato il senso di leggerezza, i ricordi avevano trovato una loro collocazione e altri emergevano andando poi a completare quelli già narrati. Adesso appare più serena più leggera, liberata e forse pacificata con gli anni trascorsi e i ricordi. Il passo successivo che abbiamo compiuto, Rosella che ha raccolto la storia ed io che l’ho risistemata letterariamente, è stato quello di contattare i suoi “datori di lavoro” con i quali si era instaurato un reciproco rapporto amichevole, di fiducia. Da una mail all’altra siamo riuscite a rintracciarli e a invitarli a venire a trovare Annunziata. La loro risposta è stata subito positiva.

Il primo incontro è stato molto commovente, di forte impatto emotivo: due donne, la “padrona”, Aimee, di 96 anni (la signora a sinistra) e “la domestica/giardiniera/cuoca” di 95 (la signora sulla destra) si sono riviste dopo più di 30 anni. Due belle signore anziane, ognuna con i propri acciacchi dell’età (sordità, stampelle, rollator…) che si ricordavano a vicenda e  insieme episodi persone, sfiorandosi le mani i volti quasi ad affermare la realtà, la fisicità dell’incontro sfumando il sogno e il “non ci credo” di Annunziata.

La gioia, la serenità, la complicità che le due donne avevano ritrovato, davanti a un bicchiere di vino Chianti Classico rosso, è stato un bell’esempio di come relazioni leali, fondate  sull’affetto e sul reciproco rispetto, al di là dell’appartenenza e ruolo sociale, costruiscano legami solidi che vanno al di là del tempo e dello spazio. Alla fine la signora “padrona” ha detto, dopo aver riportato a galla ricordi comuni, che viviamo tanti momenti sereni e gioiosi ma ce ne accorgiamo solo quando sono passati, non riusciamo a viverli e ad assaporarli nel presente. Sacrosanta verità!

Dopo due settimane, il secondo incontro, con il “datore di lavoro” Leandro, che aveva acquistato la villa successivamente. Anche questo incontro segnato da commozione nel ritrovarsi e nel rievocare ricordi comuni della vita in villa, nella sua semplicità e autenticità, legata alla terra, al suo ciclo vitale, al mondo naturale in generale. I polli i conigli allevati a terra, gli ortaggi freschi e di stagione, con sapori e consistenza veri…tutto aveva un suo ordine naturale che veniva rispettato e che dava serenità nello scorrere del tempo e negli accadimenti.

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Rosella ed io siamo felici di aver donato serenità a Annunziata, di averla percepita pacificata con la sua vita, di averle permesso di rivedere persone alle quali è stata legata da sincera reciproca amicizia e riconoscenza, con l’augurio che possa trascorrere il tempo rimasto con più luce.

Per noi due, che abbiamo avuto un rapporto complesso con le nostre madri  che ci ha reso molto difficile accompagnarle nella fine dei loro giorni, dando loro serenità e pacificazione con le loro storie travagliate, Annunziata ci ha dato la possibilità di aiutarla a chiudere il cerchio, di andare con più leggerezza verso la conclusione della sua vita. Un onore, un dono per noi e un aiuto nell’accettazione del trascorso con le nostre madri e nel rassicurarci che si può, ma che ci deve essere l’accoglienza da ambedue le parti.

Grazie Annunziata e grazie a Aimee, Leandro, Desideria per la loro presenza

Grazie Rosella per la complicità e sorellanza in questa avventura.

 

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Ho visto lacrime

dense di anni

affacciarsi o precipitare

su visi

solcati da rughe profonde.

Lacrime di commozione

per una musica

per un cielo azzurro

per il cinguettio di uccelli

per il volo di fenicotteri rosa

per il verde rinnovato

per un ippocastano fiorito

per il profumo dei fiori di tiglio.

Lacrime di commozione

per un amore

– festeggia

innumerevoli primavere;

un amore che insiste

nonostante i tanti anni

la rabbia

la distanza

il figlio mai venuto

la malattia

-travisa i ricordi

sconvolge ogni cosa

ma preserva viva

la tenerezza

scolpita nell’unione

nelle mani

-si cercano, l’un l’altra

una l’avvolge

e accarezza il corpo stanco

malato

nel sonno ristoratore.

 

 


Gli occhi slabbrati

arrossati

-soffusi gli orli di sangue-

sembrano

non avere altro spazio

per contenere immagini

-continuano ad avanzare

a tentare di penetrare

nella testa

seppur sfuocate

eteree come i ricordi

-vanno e vengono

prorompono immensi

davanti a sè

per poi liquefarsi

e perdersi-

talvolta oppure ormai

irraggiungibili.


Tenera

la mano filiale

linda

la pelle antica

della madre,

crettata

da mille dolori

da mille gioie

frantumata

dai giorni andati.

Lei,

accoglie le carezze

un sorriso sulle labbra

per la dolcezza

riapparsa

dopo anni e anni

di maternità,

incurante del corpo vecchio

dell’odore stagionato

delle pliche

che racchiudono

la vita trascorsa.

 

carezza-lavare


Recensione del libro di Atul Gawande, Essere mortale-come scegliere la propria vita fino in fondo, Einaudi 2016

copertina gawande

Il nostro obiettivo primario non è una buona morte, ma una buona vita fino alla fine (pag. 233)

Quasi impossibile recensire il libro di Gawande, medico chirurgo americano di origini indiane. Perchè è un libro che va letto e attentamente sorseggiato. Ogni parola, ogni frase ha un peso che risuona dentro, rinfocola emozioni, dolori sopiti che prima o poi la maggioranza di noi ha provato o prova o proverà. È un libro per tutti, per il semplice curioso lettore, per l’operatore del mondo socio sanitario, per il paziente, per il familiare, per il care giver. Tratta della vita, di come potremmo viverla e concluderla, come dice la frase di apertura alla recensione, perchè “essere l’autore della propria vita significa poter controllare quel che si fa con le circostanze che ci vengono date.”(pag.200)

Attraverso le storie cliniche di pazienti e di suo padre, Gawande ci conduce alle considerazioni su quanto e fin dove la medicina contemporanea possa controllare la malattia e ritardare la morte, vista spesso come sconfitta, fino a perdere la naturalità del morire: “negli ultimi decenni la scienza medica non solo ha reso obsoleti secoli di esperienze, tradizioni ed espressioni legate alla nostra mortalità, ma ha posto l’umanità di fronte a un nuovo problema: come fare a morire.”(pag. 150).

Gli interrogativi e le riflessioni, alcune supportate da ricerche e studi, che l’autore ci pone riguardano la fase terminale della vita di persone affette non solo da patologie oncologiche ma anche da malattie cronico-degenerative e non ultima, dalla vecchiaia. Perchè il problema del chiudere la vita è simile, come vivere l’ultima fase della propria vita in una condizione di progressiva perdita della autonomia ma che possa comunque mantenere un senso e un’importanza per la persona. E sta alla persona definire questi termini.

Partendo dalla storia delle strutture americane per anziani fino al servizio di cure palliative, il denominatore comune è il quesito se far prevalere la sicurezza, la protezione, il tentare tutte le cure disponibili o in sperimentazione oppure se affidarsi e dare concretezza a ciò che la persona considera più importante e significativo per sé nel tempo che rimane. Il dialogo, il confronto, la possibilità di porre domande adeguate che sondino soprattutto le paure rispetto alla fase finale, sono strumenti indispensabili: “Il nostro compito è soprattutto aiutare le persone a superare la paura da cui sono travolte: paura della morte, paura del dolore, paura per i propri cari, paura per le spese…”; rispettare alcune regole per facilitare il dialogo: “Mettersi seduti. Prendersi il tempo che occorre…Provare a capire che cosa sia più importante per lui [il paziente] in queste circostanze”(pag.174). Provare a porre domande rispetto a ciò che la persona conosce o sa della propria diagnosi, sulle preoccupazioni per il futuro immediato, su quali compromessi è disposta ad accettare, come desidera passare il tempo in caso di peggioramento della malattia, apre un canale comunicativo che si rivelerà importante e di supporto anche alle decisioni da prendere, quando la malattia si farà più critica.

Tuttavia, nonostante uno creda di essersi preparato, come è successo a Gawande con il padre, avendone parlato prima, quando arriva davvero il momento di prendere una decisione, nessuno sembra preparato, il panico coglie tutti, perchè il tempo percepito rispetto al progredire del male sembra più ampio rispetto al tempo reale dell’avanzare della malattia. Forse anche perchè è difficile lasciar andare un proprio caro, lo vorremmo sempre accanto a noi, sperando in una qualche altra possibilità, che si distacchi dalla mediana delle probabilità di cura.

Interessanti le pagine dedicate al ruolo del morente, del tempo in cui il morente saluta e lascia la sua eredità spirituale oltre che materiale, e alle ultime parole. Quando morire era un processo più veloce “le ultime parole divennero oggetto di particolare venerazione. Ai nostri giorni, la malattia rapida e fatale costituisce l’eccezione. Per la maggior parte della gente, la morte sopraggiunge solo al termine di un lungo combattimento medico contro una condizione organica in definitiva incurabile….tutti lottano contro questa incertezza, relativa a come e a quando accettare che la battaglia è persa. Quanto alle ultime parole, sembra quasi che non esistano più…” (pag.149).

Forse bisogna cominciare a rivedere questi aspetti della nostra vita e assistenza per modificare l’approccio più comune “i professionisti della salute sono interessati al ripristino delle condizioni della salute, non al nutrimento dell’anima” (pag. 123) e prendere atto di quello che afferma l’autore: “il nostro progetto è la speranza, ma la speranza non è un progetto (pag. 163)