Il blog di Luciana Coén

Recensione del libro “Fumo negli occhi e altre avventure dal crematorio” di Caitlin Doughty, Carbonio Editore 2018

Libro di non facile lettura, la narrazione che l’hawaiana trentaquattrenne Caitlin Doughty fa della sua esperienza in un’agenzia funebre stupisce lasciando ancora più aperti quesiti, ataviche riflessioni umane sul senso della vita e della morte.

L’interesse per la morte, per tutto ciò che umanamente religiosamente economicamente ruota intorno alla morte di un essere umano, scaturisce dall’aver assistito alla morte di una ragazzina, caduta da un piano elevato in un centro commerciale. L’autrice aveva solo otto anni, ma la sua riflessione (a posteriori, dopo anni di un disturbo ossessivo compulsivo legato probabilmente alla conseguente paura di morire o, meglio, alla violenta acquisizione della consapevolezza della propria mortalità), si è focalizzata sul fatto che i vivi non entrano più in contatto con i morti, soprattutto i bambini. Il tabù della morte ha sostituito il tabù del sesso.

Il suo interesse si arricchisce degli studi sulle modalità di vivere l’evento morte e la morte, di trattare il cadavere, delle ritualità in vari gruppi etnici, con riferimenti storici scientifici e letterari precisi. Tutto ciò alternato alla narrazione della sua esperienza nell’agenzia funebre dove provvede alle cremazioni, assiste e collabora alle imbalsamazioni, prepara le salme, ritira i cadaveri dagli ospedali, dalle case di riposo, dalle abitazioni private; esperienze che le stimolano riflessioni, desiderio di approfondimento che lei esaudisce volta volta.

Alcune descrizioni particolarmente accurate nei macabri umani dettagli potrebbero creare disagio ma la naturalezza e la leggerezza sottile che le accompagnano, aiutano nella loro lettura e appropriazione. Sembrano algide e sterili descrizioni, molto tecniche, dove l’emotività pare non avere spazio. Ma non è così: l’attenzione dell’autrice è volta ad accompagnare il lettore dentro una realtà, un mondo (la composizione della salma vs la decomposizione naturale e fisiologica dell’essere umano morto) dalla quale ormai da decenni, nelle società civilizzate e sviluppate, ci siamo allontanati. La consapevolezza che questo nostro modo di (non) stare con la morte e con i morti reca in sé un sentimento, un’emozione di maggiore attenzione e percezione dei moti d’animo della persona verso il defunto e di chi se ne occupa. Per cui troviamo la delicatezza con cui viene lavato un cadavere vs la violenza con cui si prepara per l’imbalsamazione, l’attenzione al tempo e ai desideri dei parenti nel salutare/preparare il proprio caro. Talvolta c’è il pianto -inspiegabile apparentemente- di fronte ad una salma; il tutto a dimostrare che al di là del mero lavoro tecnico rimane il riconoscimento della vita, della storia del morto. Per l’autrice, avere a che fare quotidianamente con la morte e i morti, ha accresciuto il suo ringraziamento per la vita e l’apprezzamento per tutto ciò che questa ogni giorno le porge.

Riporto alcuni passaggi per me significativi e stimoli di riflessione.

Le reti di significato, riprendendo l’antropolog Geertz (pag. 74), riferite ai rituali che un gruppo etnico attua per il morto che possono sembrare osceni per un altro gruppo, vedi cannibalismo in alcuni gruppi.

Scrive l’autrice con una metafora suggestiva: «Fin dalla nascita, la nostra specifica cultura ci inculca quale sia la morte ‘ideale’, e cosa sia ‘appropriato’ e ‘rispettabile’. Sfuggire ai nostri preconcetti in questo ambito è impossibile. Anche se ci consideriamo persone di mentalità aperta, siamo sempre prigionieri delle nostre convinzioni culturali. È come se provassimo ad attraversare un bosco in cui dei ragni hanno teso le loro ragnatele tra gli alberi per tutta la notte. Riusciremmo a vedere in lontananza la nostra destinazione finale ma, se tentassimo di avvicinarci alla meta, saremmo trattenuti dalle ragnatele che ci si sono appiccicate alla faccia e ci sono finite maldestramente in bocca. Sono queste ‘reti di significato’ che rendono così difficile per gli occidentali comprendere il cannibalismo dei wari

Un altro interessante passaggio è relativo al concetto di ecocompatibilità della morte, ovvero la sepoltura naturale, già attiva in alcune parti dell’America: (pag.166) « Il corpo finisce direttamente nel terreno, in un semplice sudario biodegradabile, e una pietra sta a indicare il punto esatto in cui è stato inumato. In questo modo, la salma passa velocemente e senza problemi attraverso il processo di decomposizione, liberando i suoi atomi nell’universo per creare nuova vita. Non solo la sepoltura naturale è di gran lunga il modo più ecocompatibile di morire, ma agisce sia sulla paura della frammentazione sia su quella di perdere il controllo. Scegliendo di ritornare alla natura, è come se dicessimo al mondo: “Io sono consapevole di essere una massa di materia organica inerme e frammentaria, ma voglio celebrare questa mia condizione! Viva la decomposizione!” ».

Un’altra interessante considerazione è legata al ruolo della donna nella morte soprattutto quando le morti erano private, poiché avvenivano tra le mura domestiche.

(pag. 172) « Erano loro [le donne] a preparare da mangiare, a fare il bucato, e a lavarne i corpi. Per molti versi, le donne sono le compagne naturali della morte….Samuel Beckett ha scritto che le donne “partoriscono a cavallo di una tomba” …»

Non aggiungo altro per lasciare viva la curiosità di leggerlo; concludo con le parole dell’autrice con cui apre il testo nella sua nota a pag. 10:

«La morte anima ogni singola spinta creativa e distruttiva che alberga nell’essere umano. Prima arriveremo a capirlo, e prima arriveremo a capire noi stessi.»

fumo negli occhi

Annunci

Scrivere…

Incateno le parole

– le parole incatenano me –

prigioniere dei sensi

e dei pensieri.

Una dietro l’altra

in un ordine

apparentemente rigoroso

immerse in una caotica realtà

si liberano,

agli occhi attenti e curiosi

del lettore

– scardina la catena

anello dopo anello

scardina me –

e le fa sue.

 

1471105676134

L’aquilone

Non camminò sulle acque,

l’amore

-o le acque non si aprirono-

per porgergli la terra

sotto i piedi.

Inabissato nell’abisso interiore

solo nell’assoluta solitudine

del solo

ancora vola

-aquilone dal filo dispiegato

in attesa delle dita

che lo riavvolgano

e ne orienti l’ascesa.

 

 

Riposo…

La settimana intensa di incontri e presentazione libri si è conclusa, nonostante il tentativo di censura. Ogni presentazione ha portato nuove e interessanti riflessioni sui miei scritti, proposto sguardi diversi. Adesso per me il riposo dopo tutte le forti e coinvolgenti emozioni, ma non prima di aver ringraziato per la stima e il sostegno; per aver creduto (e credere) in me e nella mia scrittura:

Hanz Gutierrez, Centro culturale di scienze umane e religiose (CECSUR), Istituto avventista di cultura biblica, Firenze;

Maria Rosa Zigliani, Grazia Chiarini e Leonardo Fei, Società Italiana Medicina Psicosomatica (SIMP) Sezione Toscana;

Chiara Molducci, assessore Pubblica Istruzione comune San Casciano V. Pesa;

Marco Rossetti, Biblioteca comunale S. Casciano V. Pesa;

Eugenia Liaci, pittrice, Atelier Stella Sambuca V. Pesa;

Nadia Bassanese, psicoterapeuta, associazione La Finestra Firenze;

Rosella Borghi, per la sua presenza, vicinanza, amicizia e per i suoi preziosissimi e apprezzatissimi acquerelli;

e tutti i partecipanti che con le loro  emozioni,  attenzione, coinvolgimento e contributo hanno reso gli incontri densi di significato.

Grazie dall’anima

acquerelli di Rosella Borghi proprietà riservata

Fino all’ultimo respiro

Morto

sprofondato in un recesso

inaccessibile ormai al mio cuore

non avrai più alcuna altra

resurrezione

-non possiedi il bene alato

dell’anima pura.

Libera dall’abbraccio costringente

da parole edentule falsamente vere

leggera senza il tuo piombo

andrò,

viva

e fino all’ultimo respiro

addio.